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10 settembre 2012

Quattordici anni senza Lucio Battisti

L’anniversario è stato ieri, il 9 settembre, e tanti fans non hanno mancato di celebrarlo recandosi al cimitero di Molteno, in provincia di Lecco, dove hanno lasciato fiori e biglietti: nonostante siano passati quattordici anni dalla morte, le cui cause non sono mai state rese note ufficialmente, il ricordo di Lucio Battisti e della sua musica è più vivo che mai.

Il perché non difficile da spegare: le canzoni di Battisti, specialmente quelle scritte in collaborazione con Mogol, sono tuttora tra i brani più famosi ed eseguiti di tutta la musica italiana, e ogni cantante pop del nostro Paese degno di nota non manca mai di citare, tra le sue fonti di ispirazione, il musicista reatino.

Battisti è senza ombra di dubbio una delle icone della nostra musica leggera: per la sua capacità di coniugare successo di vendite e qualità artistica (un merito che, va detto, gran parte della critica italiana gli ha riconosciuto con eccessivo ritardo) si può anzi considerare, nel suo genere, la figura più importante in assoluto, eguagliato probabilmente soltanto da Mina. Rispetto a tanti altri pur validi musicisti del panorama pop italiano, però, Battisti si è distinto per il suo instancabile desiderio di sperimentare e di far continuamente progredire la sua musica, arrivando, negli ultimi anni della sua carriera, ad incidere dischi sempre più ostici e di difficile ascolto, che gli hanno man mano alienato le simpatie del grande pubblico e hanno spaccato in due la critica, che li ha giudicati o dei capolavori assoluti o delle schifezze inascoltabili, senza mezze misure.

Sicuramente, il suo ricordo è legato soprattutto ai brani che incise tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70: impossibile citarli tutti, basti ricordare che tra di essi ci sono titoli come La canzone del sole, Emozioni, Un’avventura, Mi ritorni in mente e Il mio canto libero. Sono canzoni che, pur non potendo vantare né la grandezza poetica dei brani di cantautori come De André né la carica sperimentale della musica dei gruppi progressive che in quegli anni si stavano affermando anche in Italia, come ad esempio la Premiata Forneria Marconi o il Banco del Mutuo Soccorso, rappresentano comunque una sintesi felicissima tra valore musicale e successo commerciale.

Curioso che tanto successo sia stato ottenuto da un personaggio come Battisti: schivo, poco propenso ad apparire sotto i riflettori, Battisti (al pari di Mina) non è mai stato un iperpresenzialista. In tutta la sua carriera ha dato pochissimi concerti, tutti concentrati tra il 1969 e il 1970, ha partecipato una sola volta al Festival di Sanremo (piazzandosi soltanto al nono posto con Un’avventura), ha costantemente schivato i giornalisti e le interviste e ha sempre insistito affinché i suoi dischi fossero pubblicizzati il meno possibile. Tutto questo, unito al suo dichiarato disinteresse per la politica in un periodo in cui musica giovane e impegno politico andavano a braccetto (anche se sono sempre circolate voci, mai confermate ufficialmente ed anzi più volte smentite dal diretto interessato, che Battisti fosse vicino al MSI e che finanziasse i campi d’addestramento fascisti presenti all’epoca in Italia), non ha in alcun modo pregiudicato la carriera di Battisti, che almeno fino a metà degli anni ’80 è stato, con i suoi album e i suoi 45 giri, costantemente in vetta alle classifiche di vendita.

Naturalmente, tutte le leggende e le dicerie hanno contribuito a formare il mito di Battisti, specialmente nell’ultimo periodo della sua vita quando le sue apparizioni in pubblico si erano pressoché azzerate, ma nei quattordici anni trascorsi dalla sua morte tutti hanno giustamente preferito ricordare, più dell’uomo e di tutte le sue stranezze (vere o presunte che fossero), il musicista di grande talento che è stato Battisti, le cui canzoni hanno superato egregiamente la prova del tempo e continuano (e per fortuna continueranno) ad essere ascoltate da un numero di persone che si spera aumenti sempre di più.

Fonte foto: http://www.battistinews.it

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