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31 agosto 2012

Barbablu, il nuovo libro di Amélie Nothomb

Tomber amoureux est le phénomène le plus mystérieux de l’univers“.

Chi ogni anno si prepara alla lettura di Amélie Nothomb sarà felice dell’arrivo di settembre che porta con sé la rentrée littéraire e dunque la pubblicazione delle opere più attese, tra cui, quest’anno, Barbablu, l’ultimo romanzo breve dell’autrice belga.

Chi conosce già la scrittrice sa che la sua produzione si compone, sostanzialmente, di due generi: da un lato le opere autobiografiche e dall’altro testi più complessi, difficilmente classificabili, che si avvicinano allo  stile “noir” reinventato in chiave  metafisica.

Tratto distintivo di questi ultimi è la presenza di dialoghi o trame in cui la logica cartesiana, che domina la nostra cultura,  affronta sé stessa, ed è messa in scena attraverso l’espediente di una dialettica funambolica, scambi di battute tra coppie, coppie di vario genere, secondo tutte le combinazioni affettive.

Binomi di ragioni contrastanti e affini che si mischiano, che competono, che declamano un vincitore o una vincitrice, ma che, alla fine, comunque, trascinano il singolo interlocutore nell’ombra oscura della violenza, della dipendenza e della complicità malvagia che si annida nella brama di “uccidere” simbolicamente l’altro, contagiandolo o semplicemente cannibalizzandolo metaforicamente, per quell’oscuro vortice umano che può trascinare le relazioni nella perversione,  trasformandole in malattia.

Questo complicato rapporto affettivo ed intellettivo, questa profonda vita psichica del potere, questo è – mi pare – ciò Amélie Nothomb indaga e mette in scena nelle sue elaborazioni. Un modo di sfatare, un fatto di rigenerazione, una gestazione psichica.

In Italia, è stato da poco pubblicato Uccidere il padre, opera nella quale Nothomb dà prova di una grande abilità scrittoria, soprattutto nel rinnovarsi e nel fare tesoro delle lezioni della più grande tradizione letteraria europea: echi di Durrenmatt e Beckett nelle sue pagine. In questa penultima opera, Nothomb ha giocato con la magia delle parole e le loro sfumature, barando e combinandole fino a far emergere la tradizione edipica ed i clichés classici, ribaltandoli, ribellandovisi.

Mettendo così in discussione il malinteso che sta alla base della nostra cultura e del suo vizio al potere e di deliri di (im)potenza. La sfida al padre normativo più o meno interiorizzato, il tutto con una libertà di spirito e di espressione che ricorda la baldanza con la quale nella realtà calza il cilindro nero che la contraddistingue.

Con Uccidere il padre Amélie Nothomb traccia una linea di demarcazione nella sua produzione, e forse nella sua esistenza, il passaggio che trasforma il dolore in consapevolezza: ad esempio, nella consapevolezza che il sacrificio non è forzatamente un passaggio politico sacro e che la perdita dell’innocenza a causa di un nemico “ineliminabile” comporta una violenza necessaria, quella della difesa, quella della comprensione, quella della definizione dei limiti e dell’identità.

Barbablu è uscito in Francia il 23 agosto e per trovarlo nelle librerie italiane ci vorrà ancora un po’ di tempo, allora qualche anticipazione.

Come emerge dal titolo, questa volta l’autrice si è confrontata con la rilettura del mito letterario di Barbablu, fiaba trascritta da Charles Perrault nel XVII secolo e  più volte ripresa e traslata. L’origine del personaggio di Barbablu è dunque popolare, appartiene alla tradizione orale europea, ma non solo (anche africana ed americana) ed  affronta il tema dell’”orco” e dell’incontro del male lungo il cammino: l’incontro con un male di cui non ci si può disfare per il solo fatto che un Barbablu nelle nostre vite esiste.

Qui, come nella fiaba originale, è questione di un uomo che cela un segreto e lo custodisce in una camera oscura che deve rimanere inaccessibile alle sue compagne, perchè, come nella fiaba originale, appunto, il protagonista della storia è un seduttore che colleziona amanti, figure che nel tempo spariscono nel nulla, senza lasciare alcuna traccia.

La storia di Nothomb è però ambientata nel presente e la ricerca del suo Barbablu riguarda una coinquilina con cui condividere un vita agiata, il gusto per l’arte in ogni sua forma, insomma la raffinatezza in ogni espressione estetica. “La colocataire est la femme idéale“..

Sarà Saturnine la nona coinquilina e con lei si risolverà un mistero che ha a che fare con le grandi questioni dell’umanità: cos’è l’amore e in che misura i nostri abissi e le nostre paure ci distruggono e ci rendono complici al punto di non poterci più perdonare, compiendo un “male” di cui diventiamo schiavi.

Il rapporto con il “mostro” dentro e fuori di noi è molto complesso e lo si incontra a partire dalla nascita, dalla famiglia ed è poi riversato nel pubblico trasfigurandosi nella politica.

Il mostro che incontriamo, magari nelle relazioni più prossime, quelle che a volte scegliamo noi stessi, ci obbliga a porci una serie di interrogativi tutt’altro che stereotipati: il “mostro” è un uomo rifiutato dalla società o è sulla sua identità che è concepito l’ordine del sistema? Come affrontiamo l’orrore della nascita? Orrore della nascita legato al terrore della morte?

E ancora: qual è il rapporto che l’essere umano può instaurare con l’ambiguità? Qual è la capacità di sopportarla e gestirla?  Il mito dell’”orco”, del resto, è in bilico tra forze antagoniste e contraddittorie. “L’orco nero implica l’orco bianco che ne è il contraltare” afferma Arlette Bouloumié nel Dictionnaire des Mythes Littéraires, ed aggiunge:  “l’orco sarebbe la valorizzazione negativa di Gargantua, il sole celtico. Gargantua è un orco buono,  nonostante ciò si tratta di una figura insaziabile.

Di più, il personaggio dell’”orco” partecipa dell’ambivalenza del sacro, non a caso nel libro di Nothomb sono quasi ossessivi i riferimenti alla religione ed alla potenza assoluta di Dio, tanto che Saturnine arriverà a chiedere al suo Barbablu se egli si sente Dio, allora egli risponde “solo quando amo“. Come se l’idea o la pretesa d’amore legittimasse tutto, senza limiti. Mentre è proprio in amore che si incontrano i limiti più grandi.

Ma il sentimento senza limiti mette di fronte all’attrazione e alla repulsione rispetto alla tentazione del potere, tentazione che è al contempo malefica e benefica.  In effetti, il mito dell’orco è strutturato anche nel binomio “amare/odiare”.  L’amore può trasformarsi nell’odio come necessità di appropriarsi della bellezza altrui. Una pulsione che consiste nella volontà divorare l’altro, un desiderio di possesso che esprime il tentativo di identificazione e di appropriazione, pretesa avvertita come rassicurante, per instaurare e coltivare una relazione di dominio e controllo.

E in tutto ciò qual è la responsabilità o, comunque,  quali sono gli effetti della nostra formazione e della cultura dominante?  Il mito dell’orco cerca di tradurre la reazione umana davanti agli altri esseri umani e soprattutto davanti alle ideologie che sono i veri baratri dell’intelletto.

Pochi giorni prima dell’uscita del suo nuovo libro, Amélie Nothomb ha rilasciato un’intervista su Radio France Inter ed ha messo l’accento sulla questione del significato di “amare”. Ci sono dei limiti nell’intimità di due persone che provano dei sentimenti l’una per l’altra? E quando ciò che si pretende essere amore si trasforma in inferno? In odio? In cannibalizzazione metaforica dell’altro?

Quando non si preserva quel legame di libertà che va messo al mondo giorno per giorno, quando il proprio modo di rapportarsi all’altro non sperimenta la cura e non la pretende e non nutre la realtà, allora qualsiasi relazione d’amore diventa distruttiva e perversa. Un abuso di desiderio che usa i tabù come alibi per agire violenza, perchè la violenza, che sempre nasce dalla paura, dà l’illusione di avere potere: chi dà la morte, in fondo, cerca di arginare l’impotenza di non poter dare la vita.

Saturnine si domandò se fosse possibile nascondere un segreto terrificante senza esserne colpevoli. Le sembrò di sì“.

Spunti non facili, elementi più che vivi, più che quotidiani. Abbattendo ogni tabù, dunque, il pudore dell’ipocrisia, Amélie Nothomb mette tutto sul piatto, il piatto di un orco e della sua vittima , di una vittima che non è poi così vittima, almeno finché  a ciascuno ed a ciascuna è data la possibilità di scegliere, possibilità di trovare il coraggio di cercare, praticare e rendere la libertà con amore.

 

Fonte foto (1): http://t1.gstatic.com

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