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13 agosto 2012

Corsa verso il suicidio

La strada che abbiamo deciso di intraprendere non è sicuramente delle più facili. Sarà stato sicuramente notato come l’analisi di abusi e violenze su cavalli ha fatto emergere diversissime manifestazioni macabre e dense di violenze, tali da poter delinearne alcune linee convergenti e parametri identificativi, degni dei macro fenomeni intervenienti nel nostro complesso sistema di riferimento quotidiano.

Quindi, il profitto, la scalata in ranking list o il successo, erano solo alcune delle motivazioni addotte per violenze e torture di ogni genere inflitte all’animale che meglio ha rappresentato il rapporto pacifico e di collaborazione millenaria tra preda e predatore. Un nuovo tassello si aggiunge quindi alla lunga sequela di barbare violenze, una nuova manifestazione che vede la follia e la stupidità mescolate insieme e dar vita al Race Suicide Omak .

L’evento si svolge nello stato di Washington, questa volta niente di particolarmente complesso per i nostri amici cavalli, niente lunghe ore di stress quotidiano in allenamenti usuranti e logoranti… insomma niente di invasivo a prima vista. Se non fosse che la corsa (perché di questo si tratta) si articoli su una piccola porzione di superficie piana, per poi “planare” su di un dislivello di 60°, lungo 210 metri per poi tuffarsi all’interno del fiume Okanogan e poi proseguire fino all’interno di uno steccato, nel quale si decreta la vittoria del il primo arrivato.

Le proteste da parte della Human Society  sono ben fondate e documentate, moltissimi sono i cavalli con fratture agli arti, lesioni a legamenti, escoriazioni e i decessi a questo punto entrano a far parte del conteggio! Diversi infatti sono stati i poveri cavalli che una volta terminata la ripida discesa a tutta velocità si sono ritrovati all’interno del fiume con arti rotti, e data l’impossibilità di oltrepassarlo a nuoto, sono morti per annegamento. Otre a questi naturalmente vanno inseriti nel conteggio tutti gli esemplari che verranno abbattuti nei giorni seguenti a causa dei profondi e irrimediabili traumi. Addirittura è stato segnalato come nella corsa del 1983 ben 23 cavalli morirono nella Race Suicide Omak con sgomento iniziale, ma subito surclassato dalla folle corsa verso il suicidio!

La nascita di tale “competizione” affonda comunque le sue profonde radici in tempi ancestrali nei quali gli antichi giovani guerrieri delle tribù indigene dovevano mostrare il loro valore affrontando un rito di passaggio, nel quale la morte era l’elemento discriminante, e il coraggio separava gli uomini guerrieri, dai perdenti. Purtroppo ancora una volta la commistione di antiche pratiche radicate nella cultura dei popoli, miste a fascino e primordiali istinti rendono paraventi ideologici armi fortissime contro il buon senso e lo sviluppo di una reale cultura basata anche sul rispetto della vita animale.

Qui di seguito riportiamo come sempre il video testimonianza, dimostrazione non di una personalistica presa di posizione aprioristica, ma dettata da emozioni scaturenti da immagini alle quali come sempre, lasciamo commentare ai magnanimi lettori. A costo di sembrare monotematici e ripetitivi, continueremo la nostra strada verso il denudamento della realtà equina/equestre caratterizzante gli ambiti di tutto il “mondo cavallo”, con la fervida speranza di poter un giorno mettere fine alla lunga sequela di denunce e riportare nuovamente alla luce quanto di più meraviglioso si cela nel rapporto tra un uomo e il sempre leale amico cavallo!

 

Fonte foto: http://www.occupyforanimals.org

 

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