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17 agosto 2012

Il boom di avvocati made in Italy diventa una “questione legale”

C’era stato un tempo in cui il bel Paese era noto al mondo conosciuto, come terra di santi, poeti e navigatori, mentre oggi a distanza di anni, i numeri rivelano come l’Italia sia indiscutibilmente diventata terra di avvocati, con un quarto dei giuristi europei che vanta natali italici.

Il Consiglio Nazionale Forense ha fornito dati che non lasciano dubbi in merito: in Italia al momento esercitano oltre 234.000 avvocati a cui vanno aggiunti 57.000 praticanti.

Un problema conosciuto e ri-conosciuto quello del boom degli avvocati made in Italy che ha interessato soprattutto l’ultimo ventennio e a cui da anni, si cerca di porre rimedio con riforme più o meno condivise e condivisibili.

Anche l’attuale Ministro della Giustizia Paola Severino, sembrerebbe pronta a metter mani su questo problema di abbondanza giuridica, intervenendo sulla laurea in giurisprudenza attraverso un disegno di legge che già fa storcere il naso a studenti, professionisti e al Presidente del Consiglio nazionale Forense Guido Alpa: numero chiuso, laurea triennale uguale per tutti e al termine del triennio comune, laurea specialistica diversificata a seconda della propensione dello studente per la magistratura, il notariato o l’avvocatura.

Insomma roba buona per far discutere e per domandare a nuovi e vecchi studenti, professionisti della legge ed ex avvocati, un parere sul problema e soprattutto sulle soluzioni proposte per cercare di risolvere l’unica questione che in un periodo di crisi come il nostro, non conosce trend negativi.

Veronica, 18 anni, neodiplomata è pronta a iscriversi a settembre alla Facoltà di Giurisprudenza di FirenzePersonalmente sono contraria al numero chiuso. Sono a conoscenza del numero altissimo di studenti che si iscrivono a Giurisprudenza e dell’altrettanto numero altissimo di avvocati presenti sul mercato ma credo che la soluzione non sia chiudere le porte della Facoltà a chi come me vuole da sempre avvicinarsi al mondo dell’avvocatura. Credo ad esempio che la laurea triennale 3+2 in Scienza Giuridiche non funzioni e che tanti come me siano “costretti” ad optare per la Laurea Magistrale a ciclo unico di 5 anni. Quindi sarebbe interessante capire come una eventuale laurea triennale comune, con a seguire i 2 anni di specialistica divisa per “futuri” avvocati, notai e magistrati, possa essere funzionale e utile, magari con maggiori simulazioni scritte, ad aiutare noi studenti ad essere più preparati al mondo del lavoro che verrà.

La pensa diversamente sul numero chiuso Elisa, 28 anni e iscritta al 4 anno di Giurisprudenza a Taranto: Io sarei favorevole al numero chiuso per la mia facoltà. Da studentessa mi rendo conto del numero davvero elevato di iscritti e ogni anno vedo quanti abbandonano gli studi perché mai stati davvero convinti della propria scelta. Infatti ci sono ancora tanti studenti che decidono di iscriversi a Giurisprudenza non per una reale “vocazione” ma per mancanza di alternative e nella convinzione che questa laurea posso offrire maggiori sbocchi lavorativi, anche decidendo di non praticare l’avvocatura. Il numero chiuso potrebbe ridare un tono alla facoltà e “responsabilizzare” gli studenti sulla scelta del percorso di studi da intraprendere.

In merito alla eventuale “specialistica differenziata” abbiamo sentito anche Andrea, 30 anni che dopo aver conseguito la quinquennale in Giurisprudenza a Bari, ha da poco conseguito la specializzazione per la c.d. SSPL, scuola di specializzazione per le professioni legali: Sui 2 anni di specializzazione diversa per i futuri avvocati, notai e magistrati, non sono molto convinto. Credo che il biennio si differenzierebbe davvero di poco per i 3 indirizzi, con esami fondamentalmente uguali e quindi con una preparazione poco “specialistica”. La nostra università è poco pragmatica e per un biennio specialistico davvero funzionale, sarebbero necessarie molte esercitazioni e simulazioni scritte e questo implicherebbe professori più presenti e sicuramente un minor numero di studenti. Purtroppo la qualità mal si concilia con la quantità. Credo comunque che le scuole di specializzazione continuerebbero ad esistere anche in una eventuale riforma visto il loro valore giuridico e soprattutto visto il loro contributo economico alla magre casse dell’università pubblica.

Cristina, 35 anni, è una ex studentessa della Facoltà di Giurisprudenza a Roma ed una ex avvocatessa che ha deciso ad un certo punto della propria vita lavorativa, di sfruttare studi e titolo per fare altro: Dopo gli studi, il praticantato e dopo aver superato l’esame di Stato, mi sono resa conto di quanto il mercato degli avvocati fosse saturo e di come fosse difficile lavorare ed avere un riscontro economico, anche piccolo, per le “nuove leve”. Ho deciso così di investire sui miei studi e la mia professionalità per fare altro e tentare la strada dei concorsi pubblici e fortunatamente è andata bene. Ora da funzionario pubblico, posso dire che la laurea in Giurisprudenza mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro anche se non come avvocato. Certo credo anche il numero chiuso possa essere un primo passo per rendere selettivo il percorso universitario in un ottica di “snellimento” dei tanti e forse troppi avvocati presenti in Italia.

Un’ultima battuta con Elisabetta, 32 anni che dopo aver lavorato in un grande studio legale, ha deciso di mettersi in proprio sfidando il mercato e gli studi già affermati: Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di fare il magistrato e quindi l’idea di una specialistica già indirizzata verso questa professione, mi incuriosisce. Per il numero chiuso non sono molto favorevole: ho sempre voluto fare Giurisprudenza e se non fossi riuscita ad accedere a questa facoltà per colpa del numero chiuso, non so davvero cosa avrei potuto fare. Certo il numero degli avvocati è davvero alto come è alto il numero dei praticanti, tanto che ormai risulta anche difficile trovare studi disposti ad accogliere nuovi tirocinanti. Una soluzione va trovata. È sintomatico come negli ultimi anni siano aumentate le cause proprio contro gli avvocati: per poter lavorare, soprattutto gli avvocati giovani, accettano ogni tipo di causa, perdendo di vista la deontologia professionale, l’attenzione per il cliente e il rispetto anche tra colleghi.

Il “problema avvocati” in Italia non è sicuramente di facile soluzione ma questo non significa che non bisogna ricercarla attraverso la concertazione e l’attenta analisi tanto del sistema universitario concernente le facoltà giuridiche (con i loro pregi e le loro pecche), quanto della reale richiesta del mercato del lavoro con cui le Università devono ora più che mai entrare in contatto per comunicare con gli studenti neodiplomati, aiutandoli e indirizzandoli nelle loro scelte di studi.

Per il momento non ci resta che aspettare che queste bozze di riforma, assumano contorni meno vaporosi tramutandosi in soluzioni finalmente concrete e funzionali. Anche se possono causare polemiche e far storcere il naso.

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