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21 agosto 2012

L’agorà di Kamarina: incuria e nuove prospettive

E’ di pochi giorni fa la notizia di un protocollo d’intesa tra l’assessorato regionale alle risorse agricole della provincia di Ragusa, l’azienda foreste demaniali, la sovrintendenza del capoluogo ibleo e i parchi archeologici di Kamarina e Cava d’Ispica, finalizzato a tutelare le aree dei due parchi. Tra gli interventi previsti, quello del personale dell’azienda foreste demaniali, che effettuerà controlli  sulla vegetazione, pulirà i sentieri delle aree vicine ai siti archeologici e contribuirà agli interventi di valorizzazione e fruizione.

L’innovativa concertazione tra diverse istituzioni territoriali è una buona notizia: non solo perché archeologia e ambiente in Sicilia spesso costituiscono un continuum indissolubile, ma anche perché potrebbe rivelarsi una strategia vincente nella tutela e nella valorizzazione di siti che spesso necessitano di improrogabili interventi di pulizia e mantenimento.

E’ sufficiente fare una passeggiata nell’agorà dell’antica città greca di Kamarina, adiacente al Museo Archeologico Regionale, per verificare quanto la questione sia urgente. Nonostante i 18.000 dipendenti della Regione Sicilia, l’agorà non è attualmente soggetta ad alcuna custodia nè a ordinaria manutenzione, e per vederla il visitatore del museo deve firmare una dichiarazione in cui si impegna a non commettere atti vandalici all’interno del sito. Solo recentemente è stata fatta una bonifica per eliminare zecche e altri insetti che infestavano l’area, ma la vegetazione rimane incolta e la copertura dei resti archeologici è quasi del tutto divelta (brandelli di essa si trovano abbandonati sugli scavi).

Uno spettacolo desolante, se si pensa all’importanza che rivestiva in origine lo spazio dell’agorà con i due imponenti portici e i cinque altari (di cui sopravvivono le basi), all’ampiezza dell’intero parco archeologico che conserva numerose tracce dell’antico impianto urbano e  al ruolo di primo piano che la città di Kamarina occupava nei traffici commerciali con il bacino del mediterraneo nel V secolo a. C.,  testimoniati dalla ricchissima collezione di anfore del museo.

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