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14 agosto 2012

“L’Airone 2012”: ecco il vincitore!

Molisano DOC, schietto e onesto,  nato a Campobasso il 4 Novembre del 1987, residente un po’ nella sua città natale e un po’ nella sua città adottiva, Roma. Si diploma al Liceo Scientifico e nel dicembre 2010 consegue la laurea triennale in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Attualmente è a metà della specialistica in Forme e Tecniche dello Spettacolo, sempre nella stessa università.

Chi vi sto presentando?  Andrea Di Iorio,  vincitore del Premio cinematografico l’ Airone 2012 nella sezione Storia e Storie, una manifestazione culturale giunta alla sua VI edizione il cui scopo è quello di valorizzare le opere cinematografiche brevi, realizzate da autori indipendenti amatoriali e che prevedono due giurie: una giuria tecnica ed una popolare. Andrea vince  con il suo cortometraggio intitolato “ Come Andrà a Finire” che, non è solo un cortometraggio, ma bensì una rappresentazione della realtà in generale; dei difetti, dei pregi, delle piccole ossessioni e contraddizioni che sono radicati in ognuno di noi,  ma che allo stesso tempo ci colorano e ci contraddistinguono!

La vita, l’amore, il mondo, le ingiustizie, i paradossi del mondo reale, la voglia di essere in un mondo diverso da quello in cui si vive, la speranza di ricominciare, la forza di rifiutare opportunità importanti in nome dell’onestà, la voglia di non vincere facile ne tantomeno scendere a compromessi, la paura che avvolte ci assale per qualcosa di bello che sta accadendo nella propria vita che, a causa delle tante delusioni non ti fa  riconoscere una gioia improvvisa  che è solo da gustare senza porsi tanti perchè,  i “treni” che ti offre la vita ai quali tu puoi scegliere di salire  e perchè no,  anche di scendere o di aspettare quello prossimo, con la certezza e la speranza che un prossimo ci sia… tutto ciò in 15 minuti!

15 minuti per  suscitare forti emozioni e arrivare al cuore della gente, tanto da dichiararlo vincitore! Questo è il cortometraggio “ Come Andrà a Finire”. I protagonisti sono: Paolo Perinelli, Marco Cassini, Elisa Sensi, Astrid Meloni, Alessio Caruso, Lydia Giordano, Ivan Francioso, Eleonora Ivone. Vincitore a soli 24 anni di un premio noto e con tanta voglia di realizzare il suo sogno, quello di poter diventare un regista, Andrea è un ragazzo semplice e intelligente, professionista serio e testardo, proveniente da una famiglia rispettata e stimata, man mano sta cercando di realizzare i suoi sogni sperando di poterli identificare in un suo futuro lavoro  che, oramai di questi tempi sembra che sia solo una stupida utopia.

Difficile non notare i grandi pregi che caratterizzano Andrea, soprattutto nella modestia con cui conduce il suo lavoro e l’ importanza che dà ad ogni minimo dettaglio. A questo punto non mi resta che dirgli, Bravo e Grazie per averci dato l’opportunità di conoscerti  meglio attraverso questa  intervista e che con te possiamo sperare e sognare in un futuro nel quale,  le proprie passioni e i propri sogni, possano essere il nostro lavoro di ogni giorno!  A  voi tutti,  buona lettura..

Quando nasce la tua passione per il cinema?

Da quando ero piccolo, dal vedere i film di Robin Williams. E’ da lì che ho scoperto quanto sarebbe stato bello raccontare delle storie.

Come nasce l’idea del cortometraggio?

Prima del corto o del lungometraggio c’è l’idea. L’idea può arrivare in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. Poi più idee, magari alcune che ti ronzavano in testa da diverso tempo, avute in momenti diversi, si sommano a quella centrale e nasce una storia.

Ci spieghi cosa è esattamente un cortometraggio? Che differenza c’è tra un corto e un film (oltre alla lunghezza)?

Un corto dovrebbe essere, almeno secondo il mio pensiero, un film a tutti gli effetti. Si tratta di raccontare una storia in entrambi i casi, anche se con modalità diverse. Nel caso del cortometraggio la durata inferiore (spesso e volentieri imposta dal fatto che i costi di produzione di un lungometraggio sono elevatissimi) impone una narrazione più serrata e sintetica. Ci sono, però, due modi di approcciarsi al linguaggio del cortometraggio: ci sono registi che preferiscono sottolineare di più la differenza dal lungometraggio, applicando una struttura generalmente definibile con l’utilizzo dell’unità di luogo e spesso anche di tempo. La maggior parte dei corti sono così, ambientati in un unico posto, con pochi personaggi, nell’arco di poco tempo. Nella narrazione è spesso e volentieri evidenziabile l’utilizzo del cosiddetto “finale a sorpresa” (che nel caso peggiore crea un effetto simile a quello di uno spot pubblicitario). Io preferisco invece sottolineare di meno la differenza tra un corto e un lungo, anzi, nel caso di “Come andrà a finire” l’ho voluta quasi totalmente eliminare, intendendo sin dall’inizio la storia come quella di un lungometraggio “ridotto”. Gli ambienti sono tanti, i personaggi anche, e non c’è un finale a sorpresa. Molti che l’hanno visto mi hanno chiesto infatti: “Perché non fai il lungo da questo stesso soggetto?”. Ed era proprio quello a cui avevo pensato. Ora infatti sto scrivendo un lungo che parte dallo stesso soggetto, con situazioni e personaggi nuovi.

Che differenza vi è tra un “short movie” e un “cortometraggio”? 

Li ho sempre intesi come la stessa cosa, ma i corti stranieri sono molto diversi dai nostri, anche perché ci sono budget più alti.

Quanto è difficile realizzare un corto? Ci vogliono attrezzature particolarmente costose?

Il noleggio delle attrezzature è costoso, se si vuole avere un risultato professionale, ma affrontabile, soprattutto se si dispone di una produzione che ti finanzi. Nel mio caso il corto è prodotto da me, ma ho cercato di controllare i costi, anche perché il cast tecnico e quello artistico hanno apprezzato il progetto sin dalla sceneggiatura, venendomi incontro. Li ringrazio molto per questo. Anche perché senza dei bravi collaboratori un regista non può raccontare la sua storia. C’è bisogno di bravi attori, di un bravo direttore della fotografia che esprime con la luce la sensazione che in scrittura lo sceneggiatore aveva intenzione di dare; un bravo fonico che sappia catturare in maniera vera le voci e i suoni del film, un bravo truccatore, e così via, a seconda della grandezza della troupe.

La posizione delle luci, i gesti degli attori, i loro movimenti, gli sguardi, le parole, anche semplicemente un sospiro, sono tutti aspetti molto importante da tenere di conto. Quanto tempo ci hai impiegato per realizzarlo?

I giorni di riprese sono stati tre, per ridurre i costi. Ma tutto quello che c’è stato intorno è durato esponenzialmente di più. A cominciare dalla pre-produzione, che riguarda la scrittura della sceneggiatura e la preparazione del piano di lavorazione (per incasellare attori e scene rispettive tra di loro), per finire alla post-produzione, che passa per la fase del montaggio, del missaggio audio, della musica, fino alla correzione colore. In tutto, quindi, ci sono voluti diversi mesi. La posizione delle luci, i gesti degli attori, i loro movimenti, gli sguardi, le parole, sono decisi per metà in precedenza e per metà dettati da quello che il set stesso ispira. Federico Fellini diceva che “Il film si fa da sé”, intendendo che la serie di coincidenze, imprevisti, la compresenza di più persone a lavoro, fa in modo che il risultato sia sì quello che avevi immaginato, ma allo stesso tempo qualcosa di diverso, con una sua vita, frutto di tutto quello che è successo nel momento in cui si girava.

A fine Luglio al premio cinematografico l’Airone, sei stato il primo classificato, il vincitore. Il pubblico era davvero contento per questa vittoria, come hai preso questa dimostrazione di affetto che si è presentata al “ Pectonarum Movies”, presso Pettoranello?

Sono contentissimo perché nel caso dell’Airone si tratta di un Premio del Pubblico, e per un regista non c’è premio più grande del sapere che quello che fa piace al pubblico. Tanti film possono vincere dei premi, ma quel che conta alla fine è il pubblico: è per quello che il cinema esiste. Nel caso del Pectonarum Movies sono rimasto soddisfatto per il fatto che il premio era al miglior corto d’autore molisano, quindi che mi sia stato riconosciuto un merito all’interno della stessa terra in cui sono nato, e magari anche perché il corto è stato girato a Roma con una troupe eterogenea proveniente da varie parti d’Italia, il che dimostra come il Molise in questo caso si sia intersecato con artisti provenienti da posti diversi. Il cinema è collaborazione.

A chi ti sei ispirato? Perché?

Ispirazioni dirette non ne ho avute. Ho scritto quello che mi veniva in mente, ma sono sicuro che inconsciamente sono arrivate tutte le influenze dei registi che stimo.

Ci sarà un sequel?

Un sequel diretto non credo, ma quella che io chiamo “espansione” del corto in un lungometraggio ci sarà quasi sicuramente. Non so ancora in quale forma definitiva, ma ci sarà.

Nei concorsi a cui hai partecipato avrai conosciuto diversi aspiranti registi, quali sono le caratteristiche che vi accomunano e le differenze?

A seconda delle età, i punti di vista cambiano. Io sono l’unico ventiquattrenne, spesso i miei colleghi sono più grandi di me, di qualche anno o anche di una decina d’anni, perché arrivare a fare un lungometraggio è molto complesso e quindi spesso si lavora ai corti anche fino a trenta-trentacinque anni, se non di più. Ci sono tante persone talentuose in giro, ma non vengono dati loro i mezzi (perché il nostro cinema, a differenza di quello di tanti altri paesi, non è considerato produttivo in Italia) per esprimersi.

Quali sono i registi che ami maggiormente?

Mi piace in generale il buon cinema, indipendentemente da chi è l’autore, ma se devo proprio fare dei nomi che mi hanno cambiato l’idea di cinema e di vita, dico Woody Allen, Louis Bunuel, Roman Polanski, Billy Wilder, e tra gli italiani su tutti Ettore Scola.

Parlando un po’ del protagonista, ti riconosci in alcuni aspetti di “Giovanni”? Se ti trovassi tu al posto di “Giovanni” in una videoteca e vedessi  un dvd della tua vita che reazione avresti?

Inizialmente sarei stupito e incredulo proprio come Giovanni. Poi probabilmente reagirei diversamente… Giovanni è così abituato ad accettare i lati negativi della vita che quando poi la felicità arriva davvero neanche la riconosce, anzi, è talmente assuefatto dalla negatività che si sente persino in colpa! E finisce così per attribuire il merito di tutto a un “deus ex machina” che non si sa se funziona o no (il dvd) e non a se stesso, o magari al caso fortunato.

Il messaggio che vuoi dare, che tra l’altro è molto profondo, fa parte del tuo pensiero?

Il messaggio che ho cercato di dare rispecchia in linea di massima il mio pensiero, pur lasciando aperta la possibilità al pubblico di interpretare secondo la propria sensibilità e il proprio modo di pensare nella vita di tutti i giorni.

Pensi che il film della tua vita stia sviluppando il giusto soggetto o manca qualcosa? In caso, cosa ci mancherebbe?

Manca sempre qualcosa. Si è sempre insoddisfatti di alcune cose, che si vorrebbe correggere o evitare del tutto. Bisognerebbe imparare ad essere più felici quando si raggiunge un obiettivo, saper accettare il proprio merito e non attribuirlo a tutti i costi al destino o ad altre forze superiori a noi. Bisognerebbe prendere in pugno tutte le occasioni della vita, anche quelle che capitano per caso, se sono positive, perché potrebbero non ricapitarci. Se devo dire qualcosa che manca in questo momento, sicuramente tanti viaggi, e ovviamente… un lungometraggio!

Qual è l’ultimo film che hai visto? E l’ultimo libro letto?

L’ultimo film che ho visto è stato “Gloria – una notte d’estate” del regista newyorkese John Cassavetes, altra mia grande ispirazione. L’ultimo libro, “Mosè e il monoteismo” di Sigmund Freud.

Ti è piaciuta questa intervista?

Moltissimo. Mi ha dato modo di parlare di alcune degli argomenti a cui più tengo.

Data la tua risposta della quale ti ringrazio, se ti chiedessi di poterci salutare con una citazione, tu diresti…

Truffaut diceva: “Sono l’uomo più fortunato del mondo, realizzo i miei sogni e sono pagato per farlo. Sono un regista”. Io aggiungerei, “Ancora non sono pagato, ma sono fortunato lo stesso”.

Grazie!

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