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10 agosto 2012

L’arte raccontata dall’Istituto Luce

L’Istituto Luce mette su Youtube i suoi 40 anni di archivi, una straordinaria collezione di filmati che racconta la storia d’Italia e rivela non poche sorprese. Dalla fine degli anni venti agli anni sessanta compaiono centinaia di video su artisti e mostre, preziose testimonianze della divulgazione dell’arte, in cui linguaggio e strategie narrative spesso riflettono anche la politica e l’economia del paese.

Se ci fossero ancora dubbi sul fatto che il regime fascista considerasse l’arte uno strumento di propaganda, ecco un filmato su un’esposizione d’arte del 1929 che si apre con l’immagine di due fasci littorii ai lati del titolo, seguito dal video della prima Mostra Internazionale d’Arte Coloniale inaugurata a Roma nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni e, nello stesso anno, quello della mostra di architettura razionalista visitata da Mussolini con tanto di inquadratura sul manifesto dei criteri ispiratori della nuova ‘arte fascista’. Si passa poi alla prima Mostra d’Arte Futurista in Piazza Adriana nel 1933 e a Mussolini che inaugura la Mostra dei Littoriali dell’Arte nel 1935, con le inquadrature dei giovani fascisti che sfilano con i labari littoriali dorati.

Anche quando i soggetti delle esposizioni non avrebbero alcun rapporto con l’attualità politica, i filmati traboccano di propaganda: nel 1935, alla chiusura di un convegno di critici e storici dell’arte su Correggio a Parma, il ministro De Vecchi di Val Cismon visita la mostra sull’artista e passa in rivista battaglioni di camicie nere in partenza per l’Africa Orientale. Nello stesso anno, la chiusura della II Quadriennale d’Arte Nazionale al Palazzo delle Esposizioni, è presenziata da Mussolini in divisa bianca, accompagnato da C.E. Oppo e seguito da un gruppo di gerarchi con la divisa estiva del partito.

Del 1935 è l’inaugurazione della Mostra Nazionale d’Arte Fotografica ai Bagni di Lucca, che però ha un solo tema: soggetti e allestimento fascista. Al di là della propaganda, alcuni scatti rivelano una grande ricerca estetica e non a caso il servizio dichiara la fotografia “vera e particolare forma d’arte”. L’anno successivo la Mostra del Libro Coloniale del tempo fascista è inaugurata da Alfieri, sottosegretario per la stampa e la propaganda.

A partire dal 1937 compaiono filmati sull’arte e la cultura dei paesi che hanno stretto rapporti economici e politici con il Governo italiano. Nel maggio 1937 Mussolini visita il Museo d’Arte Orientale dell’Istituto Nazionale per il Medio Estremo Oriente, fondato nel 1933. Nel 1939, Hitler e Goering inaugurano la mostra di antica arte giapponese (statue, maschere di teatro, dipinti) che si inserisce “nel quadro delle relazioni culturali che si stanno sviluppando tra Germania e Giappone”; allo stesso anno appartiene un servizio sul Museo di Baghdad, i cui capolavori dell’arte assira sono oggetto “delle cure del nuovo regno dell’Irak, fiero delle antichissime origini”.

Poi arriva la guerra, ma Mussolini non manca di presenziare la Mostra dei Prelittoriali dell’Arte del GUF dell’Urbe nel 1940, e anche quando la situazione precipita la propaganda rimane salda: i bombardamenti sulle opere d’arte di Padova nel 1944 (in particolare sugli affreschi di Mantegna della Cappella Ovetari) sono descritti come “bersaglio dell’odio angloamericano”.

I toni si distendono nel dopoguerra con le inaugurazioni delle Biennali di Venezia e delle Quadriennali romane, le celebri mostre di Pablo Picasso a Milano nel 1953 e di Jackson Pollock nel 1958. Negli anni sessanta il boom economico trasforma il mercato dell’arte: alcuni filmati sono dedicati ad aste, galleristi, pubblicazioni divulgative a fascicoli ed enciclopedie. Il benessere della classe media rende gli artisti più ricchi, ma non tutti i mutamenti sono positivi, osserva Renato Guttuso in un’intervista.
In questi anni il racconto dell’arte s’intreccia anche con la guerra fredda, e qualche volta lo fa in modo del tutto esplicito. In un’intervista a uno scultore fiorentino che lavora con il piombo, il giornalista chiede se le sue opere siano esportate anche in Russia. “In Russia no” dichiara l’artista, “perché dicono che sono articoli voluttuari”. “Forse se aveste fatto dei soldatini di piombo sarebbero stati più interessati”, conclude con malizia l’intervistatore.
Fonte dell’immagine: http://monumentiroma.xoom.it

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