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11 settembre 2012

La paura dei potenti è il potere della parola: motivi e cause

La paura dei potenti
La paura dei potenti

La paura dei potenti

Esiste ancora la condanna a morte e la paura dei potenti.

In diversi paesi a questo mondo, anche nel “progredito” occidente, ad un uomo può essere, per diritto, sottratta la vita.

Il motivo a volte può essere sconvolgente, ingiustificabile per qualunque mente dotata di un minimo di senno: se vogliamo dirla tutta è inconcepibile qualunque motivazione per privare della vita qualcuno.

Succede però a questo mondo che si venga condannati a morte anche per quello che si scrive, perchè si ha avuto il coraggio di dire quello che si pensa, perchè magari si è puntato il dito contro qualcuno che fa qualcosa di non condivisibile: una motivazione in più per affermare che le parole possono essere più potenti di una molotov. E’ successo in tutte le epoche che qualcuno abbia detto un perentorio “non ci sto” e per questo gli sia stato risposto: “muori!“. Giordano Bruno ne sa qualcosa. Non sempre però si muore, si può fuggire.

E’ da anni che Salman Rushdie fugge per non morire, da quando quei “Versi satanici” hanno fatto in modo da far talmente infuriare a chi erano rivolti (Khomeini) da fargli pronunciare la condanna estrema. Uscirà il 18 settembre in contemporanea mondiale il nuovo libro di Salman Rushdie, anzi no, di Anton, perchè devi anche rinunciare al tuo nome quando sei un condannato a morte.

Il titolo sarà Joseph Anton, ovvero proprio con il suo nome da fuggiasco, e uno dei motivi che più spiega questa scelta sta nel modo in cui l’autore stesso parla di sè e della sua vita in questo testo: in terza persona, come se stesse parlando di un estraneo. Perchè è un estraneo Salman Rushdie da quando è stato condannato a morte dal regime, è un estraneo per il figlio, per la moglie, è un estraneo per tutta quella che era la sua vita prima di aver trovato il coraggio di esprimersi. Nell’anteprima apparsa sul New Yorker, intitolata “Lo scomparso” c’è un assaggio di cos’è la vita di un rifugiato, un fuggiasco da se stesso, uno che nei momenti in cui l’emotività prende il sopravvento sulla ragione, sente la colpa di aver parlato, per essersi rovinato la vita, quella dei suoi familiari, conoscenti.

Sente il peso del pensiero per gli altri, che potrebbero subire le conseguenze delle sue azioni come rappresaglia per il suo non farsi ammazzare e reclamare in una fuga senza meta il suo diritto a vivere e a continuare a pronunciare il suo pensiero.

La paura dei potenti, la distanza, l’estraneità voluta della narrazione, è il sintomo che la ragione è tornata a prendere il sopravvento sull’emotività, e fa arrivare l’autore alla conclusione che non è di chi si esprime la colpa, ma è di chi condanna l’espressione

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