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25 settembre 2012

Prendersi cura dei pazienti con un “cinguettio”?

Parlare del rapporto medico-paziente è sempre difficile, probabilmente perché si tratta di una di quelle relazioni in cui entrano in gioco (quantomeno) la dimensione psicologica, quella sociologica e quella culturale, in una veste tanto profonda da essere percepita al limite dell’antropologico (un po’ come avviene per il rapporto maestro-allievo, per quello madre-figlio, ecc.).

Sanità

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Alcuni oggi utilizzano l’aggettivo “desolante” per definire una situazione in cui la dimensione umana del medico si è progressivamente annullata lasciando che il momento strumentale prendesse il sopravvento su quello individuale (basato sulla cultura, sull’esperienza e sull’acume critico del medico). In buona sostanza, dicono molti studiosi di bioetica e di deontologia medica, l’avanzamento della tecnologia ha visto come sua controparte un’involuzione clinica ed umana.

Legare causalmente però la disumanizzazione della Medicina al progresso tecnologico è, magari, eccessivo e, sicuramente, troppo semplicistico. Certo è che si è assistito ad un progressivo distacco tra medico e malato. Le cause di questo sono molteplici; certamente un ruolo importante è stato giocato dalla più generale crisi del sistema sanitario con il relativo sovraccarico dei medici. In secondo luogo, forse, c’è la mancata attenzione di molti medici, presi dalla routine del proprio lavoro, nei confronti della condizione di “debolezza” psicologica in cui versa la persona malata. Se una volta il rapporto personale, quasi familiare, tra medico e paziente era sufficiente a colmare il dislivello, oggi il mutare della società impone ai medici uno sforzo notevole atto a riequilibrare il rapporto e a riportare il paziente dalla sfera del malato a quella dell’umano.

Anche se la tecnologia non è la causa prima ed unica di tale progressivo allontanamento, però, è proprio tramite questa che si manifesta un chiaro sintomo del malessere in cui questa relazione giace. Ed il segnale, come ormai spesso capita, arriva proprio da Internet: sono sempre più, infatti, le persone che si rivolgono alla rete per questioni di salute e, di conseguenza, si moltiplicano i siti che offrono consulenze online. Il fenomeno, chiamato “E-Health”, ossia l’informazione sanitaria che passa attraverso la rete, rischia di alimentare una cultura sbagliata della cura-fai-da-te, con l’evidente pericolo di danni alla salute derivanti da “automedicazioni” azzardate.

L’ultimo arrivato in Italia è Tweetsalute, una linea di collegamento tra medico e paziente che passa attraverso il famoso social network Twitter e che nasce da un’idea del dott. Domenico De Felice. L’oculista milanese, ormai in servizio da 32 anni al San Camillo, e già fondatore della rivista online Sanità Sana, ha tratto lo spunto da un episodio capitatogli estemporaneamente: un tweet arrivatogli sul suo account privato contenente la richiesta di un parere medico. Tre giorni dopo nasceva Tweetsalute: dodici specialisti del San Camillo di Milano che risponderanno con un “cinguettio” (in 140 caratteri dunque) alle domande e ai dubbi dei pazienti.

Vogliamo mettere in contatto medico e paziente senza barriere, creando un ponte virtuale che permetta in pochi caratteri di porre una domanda e di avere rapidamente una risposta”, afferma il suo ideatore. La procedura è pertanto semplice: si sceglie il campo medico (oculistica, ginecologia, chirurgia, neurologia, ecc.), si manda un Tweet al medico di riferimento (pubblicamente o in forma privata) e nel giro di poco tempo arriva la risposta. Sarà così addirittura possibile inviare la foto di un referto o di un esame di laboratorio, da sottoporre all’attenzione del medico.

Tweetsalute non si propone di sostituire visite mediche, esami e diagnosi” – specifica però l’oculista milanese – “ma vuole essere una forma rapida di consulto, per chiarire un dubbio o per avere un consiglio”. “Un piccolo consulto, un collegamento sempre aperto che non abbia un filtro invalicabile, come ad esempio una segretaria, per un paziente che volesse fare una domanda, magari urgente”. Lo scopo del progetto è quindi eliminare le barriere tra medico e paziente per riportare quel rapporto ormai sbilanciato a impegno, preparazione e dedizione da un lato e stima, rispetto e gratitudine dall’altro.

Tweetsalute ha poi anche un secondo obiettivo: “Riunire i medici per cercare di veicolare un nuovo modo di fare sanità”. La filosofia guida del progetto è quindi che la rete, se utilizzata con serietà, può offrire grandi opportunità alla medicina. E ne testimonia la citazione di Rita Levi Montalcini che capeggia sul sito: “Malgrado l’età io non vivo nel passato ma nel futuro”. “Pur essendo un vecchio medico – fa eco De Felice – sono innamorato del mondo tecnologico”.

Un social network può diventare quindi anche un modo per “prendersi cura dei cittadini“, e così migliorare il rapporto medico-paziente; un collegamento diretto dove, forse, “essendoci lo schermo di mezzo, il malato potrà sentirsi più libero di confidare i propri disturbi” (Milano Oggi Notizie). Ma il problema del rapporto tra medico e paziente non era, come dicevamo all’inizio, proprio legato allo “schermo” posto dalla tecnologia e al perdersi dell’“umano”? Magari allora la tecnologia non è né di per sé un ponte né necessariamente una barriera, né la causa (di) né la panacea a tutti i mali: è solo una delle tante occasioni per svolgere con passione il proprio lavoro.

Selene Parigi

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