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7 ottobre 2012

Giovani e giornalismo: non è tempo per noi?

Matteo: “Mi hanno detto che si lavora sul campo, che il mestiere sennò te lo scordi. Sul campo ci sto da anni, ma contratti veri non ne ho mai visti, neppure col binocolo”. Francesco: “Se non mi resta altro fatico anche in nero, ma ormai se vuoi praticare seriamente devi pagare sennò addio sogni di gloria”. Lucia: “Porfessionisti? Costano troppo. Io m’arrangio a fare la pubblicista. Più collaborazioni, ma con la quantità un po’ di grano per respirare ce lo hai”.

Voci e pareri direttamente da precarilandia. Signori, this is the future!

Facile, forse troppo, finire nell’imbuto del precariato e della formazione “a nero”, dei contratti-bidone, delle illusioni deluse, delle buoni propositi che vanno a farsi benedire.

Ondivaghe le stime finora raccolte. Dati che ci parlano di un sommerso sempre più inquietante, dai confini inafferrabili e sfumati: i precari non iscritti all’Ordine si aggirerebbero, grosso modo, intorno al 60% nel Nord e all’80/85% al Sud.

Passione, sacrificio, impegno, ma zero dinero, zero soddisfazioni, zero futuro. Giusto qualche spicciolo a pezzo o a tot. battute. Questo quando ti va di culo, altrimenti pedalare. Dopotutto è già tanto se ti lasciano “praticare”, “rubare il mestiere”, “svezzare il talento” (o avvizzirlo, fate vobis). E guai a rivendicare quello che ti spetta! Che tanto un morto di fame che ti frega il posto lo si trova sempre.

Le assunzioni latitano. Giusto poche decine tra carta stampata e web e previsioni future che non si annunciano certo consolatorie. Colpa degli editori? Colpa di una mancata riforma degli albi professionali? Colpa dell’università e delle scuole di giornalismo che non sono più capaci di sintonizzarsi colle richieste di un mercato che da un po’ ormai soffre di preoccupanti crisi di rigetto?

Individuare la malattia per programmare il giusto percorso terapeutico. Certo, ma intanto? Intanto t’arrangi. Se vuoi una cosa, devi crederci fin in fondo! Che splendido ricatto il principio.

“Ci sono passato anch’io, ragazzo!”, “È la gavetta, bello mio!”, “Se ti comporti bene, qualcosa per te la troviamo”, “Ti devi sforzare di più, qua la concorrenza è assassina. E potremmo andare avanti all’infinito, se queste ed altri rispostine del cavolo non suonassero familiari un po’ a tutti i poveri cristi che tentano la malsana impresa di fare quello per cui hanno sudato e palpitato.

Ti chiedono di specializzarti e ti specializzi. Di padroneggiare le nuove tecnologie e magari non hanno neppure la patente europea. Ti chiedono fantasia, novità, intraprendenza, ampiezza di vedute, specie se si tratta di gratificare la fatica con la mai “fetente” pecunia. Passione ci vuole! Altro che contratti!

Come se fare cosa gradita agli sfruttatori, ai venditori di fumo, ai comprensivissimi “amici dei ragazzi” potesse in qualche modo risarcirti di quella paralisi, provvisorietà, in cui ti sei infilato senza quasi rendertene conto.

Allora che fai? Ti attacchi a mamma e papà, arraffi lavoretti collaterali, cerchi di mettere una pezza a quel sogno che non può averti tradito così.

E intanto anche i talenti si spengono rapidamente, senza che nessuno batta ciglio, annegati nelle sabbie mobili del lavoro nero, dell’indifferenza di chi di politiche veramente “giovani” non vuole manco sentirne parlare, della cultura del “so’ boni tutti a butta giù 2 righe”, come se il giornalismo fosse l’ultima spiaggia di quegli sfigati che non sapendo fare altro, si attaccano a una tastiera e giù scemenze.

Luoghi comuni che certo non aiutano chi come Dora, venticinquenne aspirante giornalista, proprio non vuole saperne di gettare la spugna. Tanto più ora che tutto sembra remare contro:

“Purtroppo in Italia fare giornalismo è come dire “non so fare questa cosa allora divento giornalista: tutti possono farlo, basta scrivere due righe di senso compiuto ed il gioco è fatto!” e questo pensiero non fa altro che screditare la vera passione che interessa chi, davvero, vuole diventare un giornalista professionista e non considerare il giornalismo un mestiere ormai passato di moda o peggio un mestiere per vecchi, perché, dicono, i giovani non sanno fare il mestiere, non si scrive più come un tempo, il mercato è pieno, prova un’altra cosa. Il fatto è che ormai le vere notizie hanno lasciato spazio ai pettegolezzi di strada, ma c’è futuro per i giornalisti, quelli con la “g” maiuscola, per forza perchè questo è il mio sogno…non c’è più spazio per i giornalisti impiegati è il momento di fare i giornalisti-giornalisti come spiegava Sasà in Fortapasc al compianto Giancarlo Siani. Quella è la vera strada che dobbiamo seguire per far si che il giornalismo non venga più considerato un mestiere morto o se lo è che diano ai giovani l’opportunità di rivitalizzarlo”.

 

Fatica inutile. Il nostro non è un paese per giovani! Che senso può avere questo “martirio” del giornalismo a tutti i costi? Sei giovane, puoi sempre guardati intorno.

Bene. Andiamolo a dire ai quei ragazzi che, nei paesi della malavita, diffondono e difendono la cultura della trasparenza e della legalità. A quelli che si mettono in gioco, rischiando il proprio pur di fare informazione vera, e vengono ammoniti dai “capi” perché troppo audaci e troppo onesti (ma non era intraprendenza quella che volevano? Bah!). Andiamolo a dire a quelli che si sbattono contro i finanziamenti che non ci sono per mettere su quattro tavoli nelle università, un pc e tante belle speranze, tante fresche ambizioni per rendere un servizio “utile”, senza pretendere nient’altro, ad altri ragazzi come loro. Per semplice spirito di condivisione e di comunicazione.

Chissà se un giorno qualcuno riuscirà ad apprezzare.

Ma una cosa è sicura, i giovani andranno avanti. Perché, grazie al cielo, c’è ancora qualcuno che non si vuole accontentare. Fatevene una ragione.

 

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