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27 ottobre 2012

Lotta all’illuminazione artificiale: intervista all’Astronomo Renato Falomo

La spirale frenetica del progresso tecnologico ed umano, talvolta, può produrre danni a dir poco deleteri. Lo sviluppo tecnologico privo di sostenibilità ambientale, infatti, può rappresentare un’arma a doppio taglio anche per gli stessi scienziati. A tal proposito, occorre porre l’accento sulla recente “lotta all’illuminazione artificiale”, fomentata da un gruppo di astrofili  in difesa del deserto cileno di Atacama, sede di uno dei principali osservatori astronomici europei. Negli ultimi tempi, infatti, l’incremento delle luci artificiali proiettate dai non lontani nuclei abitati, ha inciso in maniera profondamente deleteria sulle attività scientifiche, rendendo del tutto precarie le osservazioni astronomiche.

A rivelare i retroscena del problema è un Manifesto internazionale redatto e firmato da oltre 50 scienziati. Indignati ed irritati a causa del fastidioso inquinamento luminoso, gli astronomi hanno deciso di difendere a spada tratta il cielo del deserto di Atacama: una delle lande terrestri più adatte allo studio degli astri. Con il Manifesto di Atacama, gli scienziati sperano di ottenere il riconoscimento ufficiale di patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco.

Un riconoscimento che avrebbe il pregio di rivendicare i diritti degli astrofili e di preservare Atacama dalla frenesia del progresso umano. Al fin di comprendere al meglio l’intricata questione, abbiamo deciso di intervistare il Prof. Renato Falomo, astronomo ordinario dell’ Osservatorio astronomico di Padova che è parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, Direttore scientifico della rivista di astronomia divulgativa Coelum e collaboratore del Planetario di Padova.

Prof. Falomo, che ne pensa del Manifesto redatto in difesa del deserto cileno di Atacama? Le luci artificiali possono davvero penalizzare e vanificare le osservazioni astronomiche?

Il “Manifesto di Atacama” rappresenta l’atto conclusivo di un congresso di tre giorni che si è tenuto a San Pedro de Atacama nel nord del Cile nel mese di Ottobre del 2012. Durante questo congresso scienziati ed ingegneri provenienti da varie parti del mondo hanno discusso il problema dell’inquinamento luminoso e della influenza che questo ha per le osservazioni astronomiche ed  anche altri effetti sulla vita sociale. L’illuminazione artificiale che caratterizza la nostra civiltà moderna e tecnologica e che sicuramente offre numerosi vantaggi per la vita sociale ha anche degli effetti negativi  primo fra tutti quello di impedire o limitare fortemente l’osservazione degli oggetti del cielo. Infatti, la luce proveniente dagli astri è così debole che per poter essere osservata e misurata bisogna che  ci sia un contrasto sufficiente rispetto alla emissione della radiazione dal cielo, maggiore è la luminosità del cielo minore sarà il contrasto e quindi la capacità di vedere oggetti deboli. Il congresso tenuto nel deserto di Atacama, uno dei posti dove il cielo è più buio di tutta la terra, ha discusso di questi temi cercando di conciliare le esigenze della vita moderna con la possibilità di osservare il cielo stellato ed in particolare di preservare alcuni posti del pianeta dove il cielo à ancora estremamente scuro.

 

 

Lei è un astronomo professionista. E’ autore, tra l’altro, di diverse pubblicazioni che hanno il pregio di evidenziare l’efficacia e la funzionalità degli osservatori cileni di La Silla e del Paranal. Per quale motivo l’Organizzazione Europea per la Ricerca Astronomica nell’Emisfero Australe (ESO) con sede a Garching, in Germania, ha scelto di installare tutti i suoi strumenti proprio nel cuore del deserto di Atacama?

 

La cordigliera delle Ande nel nord del Cile rappresenta uno dei posti migliori al mondo dove troviamo le condizioni ottimali per l’osservazione del cielo. Grande numero di notti serene, scarsissima piovosità, bassa umidità, bassa turbolenza atmosferica e naturalmente un cielo molto scuro. Caratteristica questa ultima essenziale per poter osservare gli oggetti più deboli e distanti del nostro Universo. Queste in breve le ragioni che hanno portato la comunità europea a costruire uno dei maggiori osservatori astronomici al mondo. Prima con i telescopi di 4m di diametro sul cerro di La Silla, più recentemente con i quattro grandi telescopi di 8m del cerro Paranal per l’astronomia ottica e infrarossa ed ora con il grande complesso di antenne che costituiscono il grande progetto ALMA (  Atacama Large MIllimeter Array) nel deserto di Atacama per le osservazioni nelle lunghezze d’onda del millimetrico. Sempre nella cordigliera delle Ande del Cile si trovano altri grandi osservatori astronomici di altri paesi come Las Campanas e Cerro Tololo. Altri grandi osservatori si trovano nei pochi posti al mondo dove è possibile trovare condizioni simili a quelle del nord del Cile come sulla sommità del Muna Kea nelle isole Hawaii oppure sul vulcano dell’isola di La Palma (Canarie) dove risiede il più grande attualmente telescopio con ben 10m di diametro (Grantecan, Spagna) e anche il più grande telescopio Italiano (Telescopio Nazionale Galileo).

 

 

Nel 2017 l’ESO costruirà l’European Extremely Large Telescope (E-Elt), il telescopio ottico/infrarosso più grande al mondo. Qual è la Sua opinione in merito?

 

La realizzazione del grande telescopio E-ELT con quasi 40m di diametro rappresenta una delle sfide più ambiziose della astronomia da terra del prossimo decennio. Sin dall’invenzione del cannocchiale gli astronomi hanno sempre cercato di utilizzare telescopi sempre più grandi,” perché maggiore è l’apertura (il diametro) di un telescopio maggiore sarà la possibilità di raccogliere la debole luce delle stelle e delle galassie lontane”. Questo ha portato a costruire i grandi telescopi di 10 m di diametro che operano da circa un decennio nei grandi osservatori astronomici. Purtroppo la luminosità del cielo, anche nei siti più scuri, porta ad avere dei limiti anche per i grandi telescopi poiché l’atmosfera terrestre con la sua turbolenza non consente di avere immagini nitide come sarebbero prodotte dai telescopi se non ci fosse l’atmosfera. E’ per questa ragione che da qualche decennio l’astronomia ha progettato ed utilizzato i telescopi spaziali di cui il telescopio spaziale Hubble (HST) rappresenta l’esempio più noto.  Ma tornando al caso di E-ELT è solamente da pochi anni che una nuova tecnologia chiamata “ottica adattiva” ha permesso di realizzare dei dispositivi di altissima tecnologia, che ha anche dei primati in Italia, che consente sotto opportune condizioni di correggere gli effetti della turbolenza atmosferica e quindi di produrre delle immagini con telescopi da Terra che sono nitide come quelle di un telescopio spaziale.  Sulla base di queste importanti innovazioni tecnologiche si basa l’idea di costruire un telescopio di circa 40m di diametro  mediante l’unione di quasi 800 tasselli di vetro (come E-ELT e altri di diametro un po’ minore come TMT Thirty Meter Telescope) che potrà compiere osservazioni del nostro Universo che oggi rimane ancora inesplorato. Naturalmente sempre sotto un cielo più buio possibile. Anche E-ELT sarà infatti installato nelle Ande del Cile a cerro Armazones.

 

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