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14 ottobre 2012

Nanotecnologie, Nanomateriali e…Nanopatologie

La nanoscienza rappresenta uno dei simboli del progresso scientifico del XXI secolo. La diffusione degli studi sui nanomateriali e sulle nanotecnologie risulta essere in costante crescita. Le nanotecnologie, infatti, rappresentano una grande opportunità di sviluppo. Un’occasione per rivoluzionare e migliorare la vita delle persone e, perché no, il Pil delle nazioni. “L’anamnesi dell’infinitamente piccolo deve essere intesa quale cartina al tornasole per la comprensione dell’infinitamente grande”. Questa è la sintesi del pensiero scientifico moderno. Un pensiero che trae origine dalla necessità di comprendere le nuove e avventurose frontiere della scienza, senza aborrire o dimenticare il retaggio empirico fino ad ora acquisito.

Qualche tempo fa, il premio nobel per la fisica Carlo Rubbia ha posto l’accento sull’importanza del telescopio e del microscopio, strumenti che devono essere considerati ancora fondamentali per comprendere la natura che ci circonda. In realtà, gli studi sulle nanotecnologie rappresentano sia un traguardo dal punto di vista quantitativo, sia un sintomatico mutamento di orizzonte scientifico. Le tecnologie per la manipolazione dei materiali su scala atomica, infatti, offrono la possibilità di realizzare strumenti e nanostrutture di dimensioni pari a miliardesimi di metro.

Quello tra scienza e nanotecnologie sembra ormai destinato a diventare un legame davvero necessario. Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto ( nel corso di un’intervista telefonica) al Prof. Antonio Mutti, ordinario di Medicina del Lavoro dell’Università di Parma e membro del Panel Contam dell’EFSA ( European Food Safety Authority).  “Le nanotecnologie – spiega Mutti –  presentano una composizione chimica particolarmente variabile e trovano applicazione in svariati settori produttivi. Vi sono due aspetti fondamentali delle nanoparticelle che devono essere considerate in osmosi con il settore economico e industriale, per prevenire possibili rischi per la salute. Il primo aspetto è dato dalle piccole dimensioni delle nano particelle. L’altro aspetto, invece, riguarda la biodisponibilità”.

Ad oggi, questo campo della scienza ha offerto notevoli risultati. L’utilità delle nanostrutture e dei nano materiali, va ricercata nella loro particolare duttilità. Nell’ultimo decennio, la comunità scientifica internazionale si è resa protagonista di numerosi studi d’impronta nanotecnologica, dai quali è emersa una funzionalità a dir poco eclatante. Una funzionalità che in breve tempo ha trasformato le nanostrutture in un vero e proprio punto di partenza per la comprensione della natura e per la risoluzione dei problemi quotidiani. La scienza ha scoperto che le nanotecnologie possono offrire ingenti opportunità di sviluppo sociale ed economico in vari settori. Si va dai trasporti, alla farmacologia, dal settore energetico a quello biomedico. In Italia, esistono circa 210 poli industriali impegnati in attività legate alle nanotecnologie. 670.000, invece, è il numero dei lavoratori italiani impiegati nel settore (dati ISTAT). Come detto, le nanotecnologie rappresentano una delle principali frontiere della scienza. Un settore in perenne crescita, che addirittura entro il 2020 coinvolgerà il 20% circa di tutti i prodotti industriali, e un numero di lavoratori pari a 6 milioni. Di recente, l’Università La Sapienza di Roma ha inaugurato il primo Laboratorio per le Nanotecnologie, spendendo oltre due milioni di euro per la sua realizzazione. Ma l’interesse per questa proficua branca della scienza, non sembra riscontrare ostacoli geografici. Anche nel Sud – Italia, precisamente presso il Centro Interdipartimentale di Ricerca Nano_Mates dell’Università di Salerno, si effettuano studi e sperimentazioni che coinvolgono ogni anno studiosi provenienti dalle principali Università Europee.

Al di là dei pregi e delle notevoli opportunità offerte dalla ricerca sulle nanotecnologie, però, è importante porre l’accento anche su un altro aspetto : quello dei potenziali rischi per la salute. “Negli ultimi anni – continua l’esperto di Medicina del Lavoro – si stanno compiendo numerosi studi finalizzati alla comprensione dei loro effetti nocivi. In realtà, le nanoparicelle rappresentano un problema non del tutto nuovo. In certi ambienti lavorativi, infatti, determinate particelle sono inalate da sempre! Del resto, i ricercatori devono studiare il destino delle nano particelle anche per prevenire l’insorgere di nanopatologie che potrebbero essere anche serie ”. Molti scienziati sostengono che i nanomateriali possano mettere a serio rischio la salute delle persone, provocando infiammazioni e carcinomi. Nel corso della “Giornata Mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro” del 2010, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha posto l’accento sui timori relativi alle nuove tecnologie globali, affermando: “Di solito le nuove scoperte sono applicate dall’industria prima che siano ben chiari i loro effetti sulla salute e sulla sicurezza”. Nel 2008 l’Inail (ex Ispesl) ha istituito il network nazionale per l’individuazione di misure di prevenzione connesse con l’esposizione a nanomateriali in ambito lavorativo ( Nanosh Italia). Il network ha quali obiettivi principali, il potenziamento delle attività di ricerca sui rischi da esposizione lavorativa, lo sviluppo di un approccio multidisciplinare e l’individuazione di strumenti idonei per lo sviluppo della comunicazione e il trasferimento delle conoscenze nel settore. Nanosh Italia trae origine dalla necessità di ridurre i rischi correlati all’impiego di tali tecnologie, cercando di sensibilizzare e coinvolgere sia la popolazione, sia le istituzioni.

Da sempre l’Inail, si batte per la tutela della salute dei lavoratori. Tuttavia, gli interessi delle parti possono essere rappresentati soltanto stando al passo con i tempi e attraverso una piena comprensione delle nuove tecnologie. Per ridurre il gap gnoseologico, l’Inail si è avvalso dell’apporto di diversi scienziati, i quali, dopo mesi di duro lavoro, sono riusciti a pubblicare un’opera di estrema importanza : il Libro Bianco. Il Libro Bianco trae origine dall’esigenza di comprendere al meglio quali siano le conseguenze generate da un contatto prolungato con i nanomateriali. Secondo gli autori dell’opera, “i soggetti a rischio sarebbero i lavoratori che producono, utilizzano, trasportano o manipolano nanoparticelle”. Tuttavia, entrare in contatto con tali nanostrutture è tutt’altro che impensabile. Per questa ragione è necessario che i cittadini siano resi edotti dei rischi connessi ad un’eventuale contatto con le nano particelle, attraverso apposite campagne di sensibilizzazione sociale,

“Le nanotecnologie – conclude il prof. Mutti – stanno prendendo piede in diversi settori. Dal punto di vista occupazionale, questo settore presenta grandi opportunità, ma occorre approfondire le conoscenze, per contenere possibili rischi per la salute, specie degli stessi lavoratori. Date le dimensioni estremamente piccole, le nanoparticelle possono comportarsi come gas.  In un certo senso, ritengo che in questa fase dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato, quando il rischio è stato, invece, sottovalutato. Si pensi a quanto è successo con l’amianto, la cui nocività fu scoperta soltanto dopo molti anni. Nonostante siano passati 20 anni da quando l’amianto è stato messo al bando, ancora oggi ne stiamo pagando le conseguenze in termini di mortalità per mesotelioma. Vorremmo evitare che lo stesso errore di sottovalutazione del rischio si verificasse con l’introduzione di nanotecnologie di cui non si conosca la pericolosità”.  

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