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9 ottobre 2012

Una sottile linea di confine: osservare una parte del tutto!

Sebbene i verbi vedere e osservare facciano riferimento allo stesso senso, la linea di confine tra i due, pur sottile che sia, rimanda a due azioni completamente differenti l’una dall’altra come se fossero due cibi appartenenti alla stessa categoria (ad esempio la carne) ma con un sapore completamente diverso.

Il vedere è quasi un atto involontario: tutti vedono le cose o le persone che hanno intorno, ma si tratta di guardare in maniera sterile e quasi superficiale, praticamente senza riflettere.

L’osservazione rimanda a qualcosa di decisamente più impegnativo. Osservare vuole dire che quando guardiamo, vediamo o assistiamo a qualcosa, quel qualcosa ci entra dentro come una spina, ci “trafigge” completamente e ci porta a considerare in profondità ciò a cui abbiamo assistito.

Proprio stamane, mentre viaggiavo come tutte le mattine, ho deciso di osservare. C’era molta gente intorno a me in particolare adolescenti, alcuni identici, altri simili, altri (con grande sorpresa) che con coraggio prendevano le distanze dalle solite abitudini e dagli stereotipi.

Cercare di essere diversi oggi, o semplicemente cercare di assecondarsi, richiede una grande forza interiore; si rischierebbe grosso, in caso contrario, si pregiudicherebbe la propria esistenza. Essere degli emarginati è un fattaccio e alcuni, solo perché hanno una certa attitudine piuttosto che un’altra, vengono ghettizzati per il resto della loro vita.

Ciò che mi ha fatto pensare che quegli adolescenti fossero dei ragazzi coraggiosi risiedeva nelle loro stesse mani. Non intendo un telefono cellulare – la maggior parte di loro si divideva tra un messaggio e una boccata di fumo… e mi sembravano “pesci boccheggianti” – intendo invece dire che stringevano qualcosa di inestimabilmente più importante: un libro! (gli italiani, si legge sul web, sono dei “lettori deboli”).

Sono rimasta allibita nell’osservare come, raggomitolati nel loro immenso maglione color buio anima, considerassero più importante finire di leggere quel capitolo che badare alle prese in giro dei compagni che si presentano a scuola senza neppure un quaderno… perché un quaderno rimanderebbe ad una condizione poco “cool”.

Il bello di quei ragazzi era la totale indifferenza e noncuranza rispetto all’inadeguatezza che stavano vivendo in quel momento. Si capiva benissimo quanto si sentissero fuori posto eppure quei due adolescenti rischiano ogni giorno la reclusione in un angoletto di mondo pur di non deludere se stessi. I loro maglioni (neppure a farlo apposta) erano scuri entrambi, di uno scuro quasi inverosimile forse proprio per delegare all’abbigliamento il colore del loro stato d’animo.

In una società che molto spesso è troppo distante dalle cose vere, profonde e significative – io stessa, molte volte, mi accorgo di non essere da meno – imbattersi in una parte di generazione che tiene di più ai contenuti che alla cornice è qualcosa che somiglia ad un dolce risveglio, è qualcosa che ti fa sorridere, eccitare, emozionare e anche un po’ sperare.

E un libro può fare una grande differenza perché come disse George R.R. Martin «un lettore vive mille vite prima di morire. L’uomo che non legge mai ne vive una sola» quindi, di tanto in tanto tra un cellulare e l’altro, varrebbe la pena rischiare.

 

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