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27 novembre 2012

Al di là del principio di Realtà

Reality. Mai parola assunse toni così inquietanti. Perché è una realtà perturbante in senso froidiano, una familiarità sconosciuta che spaventa

Tralasciando qualsiasi lascito orwelliano, la casa del Grande Fratello diventa l’Overlook Hotel di Kubrick, un ambiente domestico e rassicurante, dove si cela però qualcosa di infido e spettrale che genera angoscia. Garrone fa ripercorrere al suo personaggio la stessa diabolica parabola già sperimentata da Jack Torrance. E con un volo pindarico, in accordo alla variazione surrealista che attraversa tutto il film, Luciano si ritrova, in uno stato allucinatorio, perso tra i labirinti intricati della sua ossessione, sepolto in una realtà parallela che prende le forme della casa tanto nota al pubblico televisivo italiano. Come Jack muore assiderato, allo stesso modo sono le capacità cognitive e intellettuali di Luciano a congelarsi pian piano, si atrofizzano e lo trascinano in una realtà ultraterrena, dominata da grilli-spie e osservatori in incognito.

Garrone descrive un’incredibile iperbole, metonimia di quell’incantesimo malefico che negli ultimi dieci anni ha visto sacrificate le coscienze di molti telespettatori, inginocchiate all’altare di una televisione che esalta le curve rifatte di belle donne, il divertimento borderline, i vizi che, essendo di moda-citando Moliere– passano per virtù.

Il film si apre con un’inquadratura aerea su una realtà mascherata dai toni burtoniani e personaggi grotteschi un po’ boteriani. Tra matrimoni spettacolarizzati, con tanto di ospite illustre (uscito da un’altra non-realtà), il pescivendolo Luciano, travestito da drag queen, dichiara fin dall’inizio la sua inclinazione istrionica. L’abilità registica di Garrone si esprime nella capacità di ripercorrere coerentemente un racconto umano, una vicenda individuale attraverso quell’occhio (simile a quello del GF, la cui presenza è quasi tangibile) sensibile e umanistico che lascia da parte moralismi preconfezionati, per concentrarsi sull’intimità di un uomo che “a pers a cap”, a furia di credere nel suo sogno. L’inquadratura aerea ritorna nel finale, allontanandosi da Luciano, ridente nel giardino della casa del grande fratello. La sua fede incrollabile in questo dio laico e un po’ perverso e l’ideologia del never give up, nel momento in cui si scontrano con la realtà, non cadono a pezzi, ma si trasformano in un universo parallelo dove rifugiarsi.

Flaiano diceva “Tra trent’anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”. Profezia che Garrone ritrae in questo suo racconto fiabesco, che sfuma in un non-finale, come a dire: ognuno tragga le sue conclusioni.

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