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22 novembre 2012

Elie Wiesel: La città della fortuna

Elie Wiesel

La città della fortuna

Dopo l’uscita de L’ebreo errante prosegue la riproposta da parte della Casa Editrice Giuntina dei testi di narrativa di Elie Wiesel, scrittore Premio Nobel per la pace, attivista per i diritti umani e testimone della Shoah.

Il 29 novembre torna in libreria a distanza di 30 anni dalla prima pubblicazione La città della fortuna, tra i romanzi più belli di Elie Wiesel la cui produzione giovanile è sicuramente quella potente dal punto di vista narrativo dove accanto ad una prosa lucida e trame avvincenti si fanno largo le domande esistenziali sulla capacità dell’uomo di reagire e riadattarsi alla vita in seguito alla catastrofe.

La città della fortuna così come i futuri testi di Elie Wiesel saranno pubblicati nella collana Diaspora che raccoglie la narrativa ebraica contemporanea e classica non israeliana – alla quale è dedicata invece l’omonima collana. Con la collana Diaspora si vuole dare un’immagine vasta e variegata del complesso universo ebraico fatto di grandi cambiamenti, periodi e luoghi diversi, di ambizioni, speranze e disillusioni, e sempre in un continuo inarrestabile sviluppo che solo la letteratura è capace di raccontare.

Elie Wiesel

La città della fortuna

 

Perché Michael, sopravvissuto miracolosamente agli orrori della guerra, ha attraversato la cortina di ferro per rivedere la sua città natale? È quello che vorrebbero scoprire i poliziotti incaricati di estorcergli una confessione. Ma Michael, deciso a non cedere, si rifugia nella propria interiorità e come in un sogno ricostruisce il mondo scomparso della sua infanzia. In un viaggio ai limiti della follia, con commozione trattenuta e purezza, Michael ci narra le vicende della sua vita tormentata, ma al tempo stesso cerca faticosamente di ricomporre quel rapporto che aveva visto tragicamente spezzarsi nel mondo e in se stesso, il rapporto tra l’uomo e Dio e tra l’uomo e il suo prossimo.

Nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, Elie Wiesel venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald. Dopo la guerra ha fatto per alcuni anni il giornalista in Francia e poi si è trasferito a New York. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Oggi, con la sua fondazione difende i diritti dell’uomo nel mondo, lavora per la pace e contro la povertà. Di lui la Giuntina ha pubblicato La notteCredere o non credere , Il testamento di un poeta ebreo assassinato, Il processo di Shamgorod, L’ebreo errante, Il quinto figlio, La città della fortuna, Cinque figure bibliche, Personaggi bibilici attraverso il Midrash, Il Golem, Rashi.

 

La storia del libro: il caso Wiesel in Italia

Daniel Vogelmann: “La notte” il libro che ha fatto di me un editore

L’editore Daniel Vogelmann ha un rapporto speciale con Elie Wiesel. Nel 1980, alla morte di suo padre Daniel entra nell’azienda di famiglia, l’antica tipografia La Giuntina di Firenze.

Un giorno di primavera entra in libreria e in uno scaffale di occasioni trova “La nuit”: in quel periodo non era solito leggere libri di quel genere, perché come figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz non voleva soffermarsi su quella indicibile tragedia, ma il titolo era bello, le pagine poche e l’autore conosciuto. Compra il libro, comincia a tradurlo e presto si trova a pensare di aver trovato un grande libro che parla non solo alla mente, ma soprattutto al cuore.

La prima collana della Giuntina, intitolata “Schulim Vogelmann” in ricordo del padre, ha così inizio: con “La notte”.

Il libro ha un discreto successo e negli anni si sono susseguite ben 20 edizioni, più un’edizione scolastica edita dalla De Agostini.

Quando Vogelmann si imbatté ne “La notte” di Wiesel in Italia non si pubblicavano molti libri sulla Shoah, l’originale francese era del 1958, si conosceva “se questo è un uomo” di Primo Levi, ma “La notte” gli sembrò un libro decisamente diverso.

Ciò che differenziava maggiormente “La notte” da “Se questo è un uomo” erano però le domande: Wiesel il credente, il mistico ebbe il coraggio di porre le domande fondamentali senza paura di risultare blasfemo: dov’era Dio? Perché benedirlo? Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz-Birkenau e tante altre fabbriche di morte?

Elie non accettava più il silenzio di Dio. Alla domanda di un compagno: Dov’è dunque Dio? Lui risponde: “È lì appeso” indicando un bambino agonizzante con il cappio al collo.

Anche dopo la liberazione il ritorno alla vita per i sopravvissuti fu straziante, lo stesso Wiesel conclude il suo libro dicendo: “Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze, volevo vedermi nello specchio appeso al muro di fronte non mi ero più visto dal ghetto, dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”.

Su questi presupposti, dice Vogelmann, è nato anche lui e nonostante abbia vissuto l’olocausto per interposta persona, si è posto ossessivamente le stesse domande di Wiesel e di tanti altri, riuscendo a trovare l’unico riscontro possibile in una delle frasi di Singer: “Forse solo Dio ci darà una risposta nell’aldilà, ammesso che esista e che si curi delle nostre miserabili anime”.

 

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