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3 novembre 2012

Finalmente felici; felicità come evoluzione della coscienza

L’articolo precedente era dedicato ad alcune prime considerazioni antropologico-mentali e psicologiche sulla felicità, mentre in questo cercherò di concludere le mie riflessioni sull’argomento.

Innanzi tutto, devo dire che ogni volta che, per la continua ricerca che ogni forma di studio prevede, ci si accosta al pensiero di Aristotele si finisce affermando che il nostro filosofo rappresenta, ancora oggi, un punto di partenza e di arrivo importante del pensiero umano occidentale.

In effetti, anche il suo asserire che la felicità è una dimensione sociale e mentale assieme, precedendo tutte le conferme che lo sviluppo dell’Umanità occidentale ha in seguito trovato, costituisce l’ulteriore esempio concreto del ruolo che la filosofia gioca nello sviluppo di questo nostro mondo.

In particolare, sostenere la dimensione culturale di un sentimento come la felicità, significa affermare il ruolo cognitivo che oggi viene attribuito alla mente umana quando si realizzano significati legati all’azione dei neuroni specchio. Il ruolo dell’imitazione, all’interno dei processi cognitivi umani, è ancora scarsamente considerato, mentre resta un motore essenziale e fortemente propulsore di qualsiasi evoluzione culturale dell’Uomo.

Senza un recupero più attento di questo ruolo, si rischia di attribuire una falsa importanza al valore individuale della propria volontà, eliminando invece la prospettiva sociale all’interno della quale tanto i giudizi quanto alcune emozioni si sviluppano.

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L’osservazione del comportamento altrui – grazie all’attivazione di questi neuroni, situati nell’area F5 della corteccia cerebrale, tra il lobo frontale e quello pre-frontale, e scoperti da Giacomo Rizzolatti -, diventa in effetti il pre-requisito cognitivo per ricordare una particolare condotta umana e decidere in seguito se attuarla o meno. In sostanza, l’esecuzione autonoma di una azione dipende, nel suo originarsi, da una serie di processi imitativi che la nostra mente attiva in seguito all’osservazione di tutto ciò che la circonda.

E questi neuroni specchio si attivano anche quando notiamo i comportamenti umani con gli oggetti, le emozioni, i sentimenti, e così via… In altri termini, l’imitazione, grazie alla quale riusciamo anche a sperimentare sotto forma immaginativa di poterci “mettere nei panni altrui“, permette di considerarci tanto come singoli individui quanto come individui plurali.

Provare dunque un’emozione, che può trasformarsi in situazione felice, significa essere nelle condizioni di comunicarla con le nostre azioni, dunque con il corpo, e i nostri pensieri, cioè con qualsiasi codice linguistico, realizzando così la sua dimensione culturale, ossia la sua concretizzazione comunitaria – allargata a più persone.

Ecco spiegato, in termini neuro-cognitivi, l’intuizione aristotelica secondo cui la felicità non può essere autosufficiente né dipendere totalmente dalla fortuna, ma presenta elementi individuali ed altri essenzialmente interpersonali, come la presenza di una vita civile, di amici, dell’amore come esseri amati e soggetti amanti.

È così che nella felicità, intesa secondo questi parametri di vita quotidiana, si ritrova il significato delle nostre azioni e decisioni, secondo un connubio importante fra la propria quota di libertà individuale e la libertà sociale. Quest’ultima è antropologicamente veicolata, perché la storia dell’umanità di dispiega fra contenuti esistenziali legati al bisogno degli altri ed azioni legate all’esercizio dei propri desideri autonomi.

Proprio in questa relazione, tanto difficile da individuare e da mantenere per ognuno di noi, risiede, secondo me, il raggiungimento della felicità che si configura come un normale stato evoluto di coscienza, piuttosto che il mero piacere di sentirsi unici e irripetibili.

Alessandro Bertirotti

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