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9 dicembre 2012

Violenza, non è un paese per donne

Negli sguardi tra la strada, in qualche pensiero detto a voce bassa, negli insulti sbattuti in faccia come uno schiaffo che non offende più nessuno, nella televisione degli ultimi vent’anni, tacitamente, in qualche insegna pubblicitaria, nelle omelie domenicali, tra la cucina e la camera da letto, nei lividi coperti da un foulard. È qui che si annida il seme della violenza, piantato fin dalla nascita, in quell’utero primordiale violentato che ha dato vita ad una cultura maschilista. Un seme d’odio che è cresciuto fino a diventare un albero imponente, pronto a soffocare ogni seno con i suoi rami.

Dai tempi di Adamo ed Eva fu colpa della donna. Una condanna che col passare degli anni ha assunto il colore della pelle, si è mimetizzata, si è mescolata con la buona educazione, fino a diventare norma. Ci insegnano, anche in buona fede, che è normale, fin dalla prima Barbie regalata a cinque anni, fin dalla prima cucina in miniatura. È normale una storia popolata da eroi. Una letteratura quasi totalmente maschile.

Una politica che solo poco più di sessant’anni fa ha concesso il voto alle donne, in un’Italia che non ha ancora visto “una premier”, ma primeggia per femminicidio, “violenza estrema da parte di un uomo verso una donna, perché è donna”, secondo la definizione della sociologa Diana Russel. Parola cruda, amara, triste, come a ricordare che non sono bastati tanti anni di lotta, a urlare tra le piazze, a denudarci di un vestito preconfezionato. A ricordare soprattutto che il serpente velenoso striscia sotto i tappeti della propria casa, tra le quattro mura familiari, e si ingrossa grazie al silenzio assordante della vergogna, della paura.

Più di cento vittime nel 2012, come conferma l’intervento di Vittoria Franco su L’Unità del 26 novembre. Vuol dire una donna uccisa da un uomo ogni due giorni. Vuol dire uno Stato che non tutela, complice di un reato attutito dalla maschera dell’amore eccessivo, ma pur sempre amore, uno Stato che non ratifica la Convenzione Europea di Instanbul. Vuol dire che si ha paura di squarciare la tela dell’omertà, di scalfire il quadretto perfetto della famiglia Mulino Bianco. Sono storie di mariti violenti e assassini, fidanzati gelosi e morbosi, ex amanti rancorosi e divorati dalla rabbia, dalla follia, dalla perversione.

Niente a che vedere con l’amore. Una metastasi tacita, ancora più dolorante quando il male viene dall’interno, dal proprio nucleo di appartenenza. Da bambini ci raccontavano che l’orco cattivo imprigionava la fanciulla, liberata alla fine grazie al principe azzurro. I buoni da una parte. I cattivi dall’altra. Oggi, in queste fiabe di sangue, invece, quella dicotomia viene meno e l’identificazione del mostro con l’amante crea un cortocircuito che necessita di un totale cambiamento di prospettiva.

Un cambiamento radicale, culturale. A partire da quelle costruzioni mentali sessiste, alimentate da una cronaca giornalistica che si sofferma solo sui dettagli macabri, rilegandoli in un trafiletto qualsiasi. Come a dire “questioni private, fatti loro”. Per fare un esempio, non è la donna ad essere violentata, ma è l’uomo che violenta la donna. Non si tratta di una semplice questione filologica, ma del tentativo di uscire da una passività endemica, di smantellare stereotipi radicati nelle coscienze, coltivati con cura da un sistema che da millenni demonizza la donna.

Un urlo di denuncia è partito in questi mesi dalla conduttrice televisiva Serena Dandini, autrice dello spettacolo teatrale

Ferite a morte. Lo Spoon River del femminicidio”, scritto insieme a Maura Misiti, ricercatrice del cnr, e messo in scena nei teatri di Genova, Palermo e Bologna. “Il nostro è uno spettacolo virale. Tanti discorsi e convegni a volte non arrivano alla gente, io speravo di riuscirci invece attraverso la drammaturgia” dichiara la Dandini in un’intervista rilasciata a Francesca de Sanctis per L’unità.

Si ricorre ancora una volta alla nobiltà dell’arte per uscire dalle gabbie dell’omertà, per sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovendo la Convenzione No more! nata dal lavoro di moltissime realtà associative femminili italiane (per maggiori informazioni visitare il sito http://convenzioneantiviolenzanomore.blogspot.it).

La storia delle donne è una storia che va riscritta. Senza più tracce di sangue, braccia lussate, ematomi sulle gambe, fratture di costole. Senza più schiaffi, anche quelli morali. Senza più violenza, fisica e psicologica. Solo quando il problema verrà estirpato, solo allora potremo non parlarne più. Il silenzio non sarà il frutto della paura, ma la consapevolezza di aver vinto una battaglia. Ma ora è ancora tempo di urlare.

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