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2 dicembre 2012

On the road. La ricerca di Kerouac su strade senza tempo

On the road
On the road

On the road

On the road, strade di sogno e di follia, di allucinazioni, di infanzie perdute, di ricerca ossessiva, di ricordi e nuovi orizzonti. Sfumature di solitudine e paure in ogni tramonto, in ogni nuova alba offuscata dalla benzedrina.

Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.

È la strada che chiama, urla forte, è una dimora in divenire, un panta rei tangibile riflesso nel Mississippi- con quel suo ricco forte odore che è lo stesso del crudo corpo dell’America perché la lava tutta– nel lago Michigan, nelle Rocky Mountains, negli angoli di strada di New York, Denver, Chicago, San Francisco, Los Angeles fino a Città del Messico.

Sulla strada è una traduzione che mutila l’intera opera di Kerouac della sua carica espressiva e totalizzante. On the road è un modus vivendi, una scelta obbligata da ogni fibra di corpo che anela disperatamente ad una fusione panica con la natura, ha bisogno di sentire la vita, di sfiorarla, di annusarla, di berla fino all’ultima goccia.

On the road è anche un’incredibile ricerca, dove il tragitto diventa un percorso interiore, con tappe che scandiscono la perdita o la riconquista di una consapevolezza profonda, di una coscienza di sé che paradossalmente trascende lo spazio e il tempo, categorie che costituiscono l’ossatura del racconto, per diventare coscienza universale, o almeno generazionale.

Un km in avanti è sempre contemporaneamente un volgersi indietro, a vedere ciò che si lascia. Molte volte Sal Paradise (trasfigurazione letteraria dello stesso Kerouac), entrato in macchina e pronto per un nuovo viaggio, si volta per guardare le persone, “le vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi”.

Si imprimono nella sua mente e scompaiono solo come esseri corporei, come materia. Sal trattiene per un po’ quell’attimo di addio prima di liquefarlo nella coscienza, per poi fissarlo nella sua dimensione esistenziale, in quello zaino di incontri e rivelazioni che porta sempre sulle spalle.

È difficile spiegare cosa abbia di speciale questo libro. Di cosa parla? Qualunque sia la risposta è sempre limitante, incompleta, sbiadita rispetto alla complessità antropologica ed emotiva derivante da una scrittura magistrale. Lo si dovrebbe bere tutto ad un fiato, come un cicchetto di vodka, per restare in tema.

Annebbia un po’ la mente fino a quando rimane solo una sensazione, un’impressione, dei ricordi quasi violenti. Kerouac restituisce l’odore del barbone all’angolo della stazione, l’odore di corpi sudati e strafatti, restituisce il silenzio delle notti stellate e il bebop e il chiasso dei roadhouse di periferia.

Restituisce con una sincerità disarmante quel clima postbellico e inconfondibilmente statunitense. Sono gli occhi di un ventenne (Jack Kerouac nasce nel 1922 nel Massachusetts e i suoi viaggi descritti nel libro partono dal 1947) a interpretare quella realtà fatta di ferite e nuove speranze, a descrivere soprattutto quello che fu un incontro intimo eppure capace di segnare in modo indelebile la storia letteraria mondiale. “Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie”.

In quella prima parola del libro è racchiuso il significato complessivo, riprendendo l’idea barthesiana dell’incipit come matrice dell’intera opera. Dean Moriarty, trasfigurazione di Neil Cassidy, è un personaggio strabordante, complicato, saggio e perverso allo stesso tempo. Dal punto di vista narrativo, è il motore che avvia l’intero viaggio. On the road è così anche la storia di un’amicizia che si consuma a ritmi discordanti su note poetiche che risalgono ad una solidarietà spirituale, ad un gemellanza di anime. Dean è per Sal il dio imperfetto che lo condurrà verso la “Cosa”.

Nel romanzo, dietro gli pseudonimi di Carlo Marx e Old Bull Lee, rispettivamente si incontrano Allen Ginsberg e William S. Burroughs, amici con cui Jack Kerouac nei primi anni cinquanta diede vita al nucleo storico della Beat Generation, di cui On the Road, scritto nel ’51 e pubblicato nel ’57, divenne il manifesto.

Dietro note ubriache e nuvole d’euforia Kerouac lascia intravedere quelle strade povere di vita, quegli incroci fatali in cui bisogna prendere una decisione, andare o tornare, essere figli protetti e conformi ad un sistema che non esclude gabbie edipiche, o diventare figli dell’universo, persi nella natura, con la consapevolezza di essere soli, sempre alla ricerca di un equilibrio.

On the road ha cambiato la mia vita, e quella di molti altri” disse Bob Dylan. E continua ancora oggi a farlo. Ad ottobre è uscito l’adattamento cinematografico, diretto da Walter Salles. Ma questa è un’altra storia. Un altro viaggio.

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