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29 gennaio 2013

Galantuomini: Film e Trailer – Intervista a Edoardo Winspeare

Edoardo Winspeare
Edoardo Winspeare

Edoardo Winspeare

Intervista al regista Edoardo Winspeare.

Una telefonata. Dall’altro lato della cornetta una voce che, con inaspettata disponibilità, mi fissa un appuntamento per un’intervista.

Dopo i successi di Pizzicata, Sangue Vivo e Il Miracolo, il suo ultimo film, Galantuomini,  tra melò e noir, narra l’amore impossibile tra un giudice, Ignazio, (interpretato da Fabrizio Gifuni) e una boss mafiosa, Lucia, (interpretata da Donatella Finocchiaro) sullo sfondo di un Salento dilaniato dalle violenze della Sacra Corona Unita, nascente nei primi anni ’90. Premo il tasto rec di un vecchio registratore.

Edoardo Winspeare unico regista, che è stato in grado di far conoscere a livello nazionale forme, suoni e aspetti del Salento, paradossalmente ha un cognome che di Salento ha ben poco.

Il mio cognome sicuramente non è Protopapa, Cazzato o Greco (cognomi tipicamente salentini, nda). Però uno è di un posto non perché ha il sangue di un posto, ma perché ha respirato la cultura di quella terra, ci ha vissuto da quando è bambino. La mia famiglia pur non essendo salentina di sangue, vive qui da più generazioni. Io difendo molto la mia salentinità. Per me il culto del microcosmo, che è il Salento, è dare dignità al territorio in cui vivo. Esprimersi in dialetto o in inglese o in italiano è nei miei film come dichiarare la complessità del mondo. A me piace molto cambiare da una lingua all’altra. Significa accettare che l’uomo è una creatura complessa e bellissima.

Ha mai toccato con mano nella sua infanzia o adolescenza il mondo violento che descrive nel film?

No, proprio no! (breve risata) No, però ad un certo punto della mia vita ho deciso di guardare quello che succede accanto a me. Ho tenuto dei corsi di cinema, per esempio, nel carcere minorile per tre mesi, ho lavorato con donne agli arresti domiciliari, mogli di affiliati alla Sacra Corona Unita. E per me era incredibile! Mi sembra strano che un uomo che parla la nostra lingua, che è “tantu buneddha” (molto carina, nda) faccia queste cose. E invece è così!

Chi sono i galantuomini?

I Galantuomini sono quelli che si comportano bene, come ad esempio il magistrato del mio film (Gifuni), che si comporta bene fino ad un certo punto e poi fa una stupidaggine. Ma non solo. Galantuomo è colui che ha il coraggio di ammettere il proprio fallimento. Poi tutti gli altri sono i non-galantuomini. Il film potrebbe essere chiamato anche “Non è un paese per Galantuomini”, con significato ironico.

Il film parte da una sua indignazione personale e quindi possiamo definirlo un film di denuncia?

Il film è una storia d’amore sullo sfondo della lotta…

Mi scusi, ma quindi vuole narrare una storia d’amore in uno scenario criminale o le vicende della Sacra Corona Unita romanzate attraverso la storia d’amore?

È decisamente una storia d’amore. È la vicenda tra una donna criminale e un uomo di legge. Mi interessava raccontare il dramma, il dilemma shakespeariano di un giudice che deve scegliere se stare dalla parte della legge o seguire il cuore. Semplicemente questo. Poi mi interessava anche esplorare un mondo sconosciuto, quello della Sacra Corona Unita. Ho frequentato giudici, ho conosciuto De Castris e Cataldo Motta, che sono procuratori anti-mafia. La mafia da noi sembra una cosa strana. Lampu! (espressione tipicamente salentina, denotante sconcerto, nda) Noi siamo mafiosi? Più che denuncia, il mio è studio del fenomeno, per capire che tipo di mafia è la nostra. Sicuramente è senza basi popolari. Qui ci sono dei balordi che hanno capito che per fare soldi bisognava organizzarsi. E il livello è molto basso e quindi pericoloso, perché ci sono poche intelligenze criminali e molti stupidi. Però il mio film è una storia d’amore. – Dice Edoardo Winspeare –

Nel produrre il film non aveva timore che Lucia diventasse l’ennesima eroina di un filone che, da Il Padrino, mitizza la figura del mafioso?

Mah, sai…intanto lei è l’unica intelligente, però è cosciente di stare circondata da maschi stupidi. Questi sono un po’ puerili, quindi tutto fuorché la figura mitica del boss.

Fino ad ora la donna inserita in un contesto mafioso, non aveva mai avuto un ruolo centrale (al contrario di Lucia), ma era sempre “la moglie di…” o “la sorella di…”, subordinata quindi al potere maschile. Perché non si è mai sentito parlare di donne-boss all’interno della Sacra Corona Unita?

Lucia non è propriamente un boss, ma la luogotenente di un boss che sta in Montenegro. Poi io ho scritto la sceneggiatura per un film e quindi un po’ di licenze ce le siamo concesse. Volevo raccontare la storia di una bandita, di una lupa, una donna capace d’affetto per il figlio e amore per il magistrato, ma anche di spietatezza. – Continua Edoardo Winspeare – Esistono donne così. Non se ne parla molto, ma ci sono. La Sacra Corona Unita è una mafia recente: ci sono molti uomini che quando vengono arrestati sono subito pentiti. Quindi i boss, le poche figure criminali serie, si fidano di più delle loro mogli, delle loro donne, che dei maschi.

Nel film il giudice si compromette per amore. Lucia forse no. E allora qual è il confine tra legge scritta e legge morale?

Beh…il confine è la coscienza. Io credo che ognuno di noi abbia dentro sia il bene che il male ed è proprio la coscienza che ti fa soppesare il momento in cui decidi come comportarti. Il confine non è mai netto. I miei personaggi non sono mai tutti buoni o tutti cattivi. – Continua Edoardo Winspeare – Anche nei cattivi, ad esempio, c’è tenerezza, c’è pietas. Sono puerili e nel loro infantilismo c’è anche affetto.

Stando al finale del film, alcuni critici le attribuiscono una visione rassegnata. Ma il suo è un reale pessimismo? Crede sia impossibile un cambiamento?

La visione che ha un regista non bisogna evincerla solo da un film, ma da tutta una serie di lavori che ha fatto. Ad esempio in Sangue Vivo vedevo molto che il Salento poteva risorgere anche grazie al recupero della propria identità, della propria cultura. E in questo film, in primis muoiono tutti i mafiosi, si ammazzano tra di loro e Lucia capisce quanto siano ottusi. Se vogliamo, il messaggio può essere: “Ragazzi, quanto è stupida e assurda questa vita! O si finisce ammazzati o in prigione…” – Dice Edoardo Winspeare –

Da dove nasce la scelta di far recitare i suoi attori in dialetto anziché in italiano? Non aveva timore che ciò potesse rappresentare un limite per gli spettatori italiani?

Io sono interessato all’autenticità. Da noi la gente parla in dialetto o con l’accento salentino. Ho scelto delle persone che avevano anche delle facce giuste. Se avessi fatto parlare Carluccio (uno degli uomini di Lucia), che è di Muro Leccese, in italiano, ti assicuro che sarebbe stato molto poco credibile. Se tu prendi lu Cici Cazzato o lu Carmine Grecu (nomi propri tipicamente salentini, nda), de Maje, de Muru, de Cutrufianu e li faci cuntare in italianu (di Maglie, Muro, Cutrofiano, paesini in provincia di Lecce, e provi a far parlare loro la lingua italiana, nda)…sembra strano. Non funziona! – Conclude Edoardo Winspeare –

E ora non possiamo far altro che aspettare il prossimo film di Edoardo Winspeare, sperando che continui a raccontare ancora la bellezza e le contraddizioni di una terra straordinaria come il Salento.

Guarda il trailer di Edoardo Winspeare.

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