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3 gennaio 2013

Nuovo Cinema Paradiso, recensione per ricordare il Cinema

Fino a quando ci sei ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti. Un anno due, e quanno torni è cambiato tutto: si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo, per moltssimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato. Ma ora no, non è possibile. Ora tu sei più cieco di me.”

Non vi verrà lasciato il tempo di indovinare chi abbia pronunciato questa nota battuta, né a quale pellicola appartenga. È il grande miracolo di Nuovo Cinema Paradiso, nel grande personaggio di Alfredo.

Un film del passato mai passato, Nuovo Cinema Paradiso, una meravigliosa risurrezione, l’affresco pluripremiato di personaggi pienamente veri, e veramente pieni. Un film di cinema su un cinema, in cui tra chi resta e chi va non si capisce chi vince e chi perde. E ci si trova ad assistere alla vita come fosse vita e nient’altro, e lo schermo se te lo chiedessero non sapresti dire che cos’è, e ad intristirti e a rallegrarti per ciò che ti si para di fronte non ci metti ogni lucido spasmo che hai, come se accadesse a te, quanto piuttosto reagisci come se si trattasse di qualcuno che conosci bene. E la grandezze di quest’arte sta nel creare l’incanto di qualcosa che riesce a coinvolgerti lasciandoti sufficientemente estraneo da consentirti di ammirarne consapevolmente la bellezza.

Nuovo Cinema Paradiso, il bello di una storia raccontata, il bello dell’occhio partecipe di un innamorato, Tornatore, del cinema, della vita e dell’amore, di un occhio che non si lascia riserve ma ci regala il giusto nei momenti giusti. Il giusto nei momenti giusti, nel cinema, non è altro che tutto, sparso qua e là.

Questa storia qui, che Tornatore ci racconta come fosse la sua, come racconta tutte le sue storie, finisce con il trionfo di una solitudine non triste, non gioiosa, ma bella. E non c’è un “avrebbe dovuto”. E’ così che finisce, e si accetta facilmente.

L’arte vera è quella in grado di rendere gli spettatori tali, uomini e spiazzati, mentre dura.

In centocinquantacinque minuti, Tornatore mostra,  e noi guardiamo.

L’arte vera è quella in grado di depositarsi come un’eco in un orecchio, quando finisce. Nel mio orecchio l’eco c’è ancora.

E nella dolcezza di una favola che Alfredo racconta al piccolo Tore, voglio credermi, alla fine, pubblico nel ragazzino in balìa di un narratore corretto ed amico.

Questo è ciò che si sente a Nuovo Cinema Paradiso, e io ve lo riporto.

“Una volta un re fece una festa e c’erano le principesse più belle del regno. Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone con la figlia del re! Basta! Ma, finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e le disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che disse al soldato: “Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!”
Ma, subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, con la neve era sempre là. Gli uccelli gli cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva. Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e gli scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle poiché non aveva più la forza nemmeno per dormire… mentre la principessa sempre lo guardava. E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via.” 

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