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7 luglio 2013

Non Diplomati. Il bonus e gli sgravi per i non diplomati: decreto del fare e pacchetto lavoro

Diploma Maturità

Diploma Maturità

L’entrata in vigore del decreto del fare è stata subito salutata da equivoci e polemiche. Soprattutto si è registrata una certa freddezza nei commenti di molti osservatori economici, che probabilmente si aspettavano più audacia da parte del Governo delle larghe intese. Per i più critici il pacchetto non solo avrebbe tradito le premesse iniziali, ma addirittura rischierebbe di introdurre ulteriori storture nel già dissestato mercato del lavoro italiano.

Ad innescare le critiche più aspre l’equivoco prodotto dalle agenzie di stampa sullo sgravio all’assunzione dei giovani non diplomati, uno dei fiori all’occhiello del decreto, perché, si lamenta, incoraggerebbe l’abbandono degli studi secondari, sminuendone il valore sul mercato.

I requisiti degli sgravi per i non diplomati – Il pacchetto lavoro stabilisce un bonus, in forma di taglio ai contributi, per le imprese che assumono giovani tra i 18 e i 29 anni. L’equivoco, per cui i tre requisiti dovrebbero ricorrere contemporaneamente, nascerebbe da un’errata lettura dei tre i requisiti per l’assunzione, complice la fretta di molti lanci di agenzia: i giovani devono essere:

  • o disoccupati da almeno 6 mesi
  • o avere un familiare a carico
  •  oppure essere non diplomati (non possedere un titolo di scuola secondaria superiore)

Interpretazioni a posteriori a parte, il testo di legge è piuttosto chiaro sulla faccenda: basta uno di questi requisiti perché la decontribuzione sia applicabile (quindi anche essere solo non diplomati).

Smontato, almeno in parte, il messaggio  passato all’opinione pubblica italiana in questi giorni, quando in molti si sono chiesti: a che serve studiare se il bonus lavoro premia i non diplomati?

Bonus e 100 e lode alla Maturità

Bonus e 100 e lode alla Maturità

Polemica sul bonus lavoro ai non diplomati – Si è parlato di attentato alla meritocrazia, con milioni di giovani preoccupati dalla prospettiva che le aziende non assumano più in base al merito ma agli incentivi che mamma stato fornirà loro. Il timore è che non siano più gli imprenditori a decidere le assunzioni, ma piuttosto la politica. Un fondo di verità, in effetti, c’è. Esiste una ragione politica, europea più che nazionale, se il governo ha inteso concentrare gli sforzi sulle persone che hanno più difficoltà a trovare lavoro.

La sensazione diffusa è che l’adozione dello sgravio per i non diplomati sia stata “imposta” dall’Europa, che ha fissato il 10% (entro il 2020) il benchmark per la dispersione, ossia percentuale di giovani che abbandona gli studi prima di aver conseguito il diploma (in Italia attualmente se ne contano 3 milioni). Ma direttive europee a parte, viene da chiedersi come mai il governo di un paese come l’Italia, in cui il 18% dei giovani non completa gli studi secondari abbia approvato una misura di questo genere.

La risposta ufficiale deriverebbe dall’evidenza che i giovani non diplomati rappresentano oggi la categoria più a rischio di disoccupazione di lunga durata e di marginalizzazione sociale.

Studenti

Studenti

Decreto del fare.  Lo sgravio per i non diplomati uccide la meritocrazia? Ma è qui che infuriano le reprimenda più calde, tradottesi prontamente nella classica guerra tra poveri (disoccupati con titolo e senza titolo). Denominatore comune: l’incapacità del Governo a comprendere il dramma reale della disoccupazione giovanile. Dopotutto in Italia, denunciano i più, i disoccupati non sono solo giovani non diplomati o senza titolo di studio, ma eserciti di giovanotti istruiti di tutto punto, laureati e diplomati, che stentano a trovare collocazione nell’asfittico mercato del lavoro. Lo sgravio sembrerebbe, cioè, baipassare un altro tipo di urgenza. Il provvedimento andrebbe sì a sostegno di quei paesi che contano una percentuale di non diplomati piuttosto alta, come l’Italia, ma proprio tale percentuale dovrebbe aprire gli occhi sul vero, grande  problema di questi giovani: aiutarli a completare gli studi, dotarli di competenze che li rendano produttivi e competitivi, piuttosto che trovare loro un lavoro che sa invece di assistenzialismo. Intensificare gli sforzi per scongiurare l’abbandono scolastico e migliorare qualità e risultati della formazione, non deprimere ulteriormente la spendibilità sul mercato dei titoli di studio italiani.

In collaborazione con Matteo Napoli

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