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16 settembre 2013

L’Intellettuale. Fenomenologia del nuovo intellettuale

Gli italiani sono un popolo colto? Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere una civiltà per considerarsi progredita?

Intellettuale

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E’ ovvio che la tecnologia non è il metro di misura dell’evoluzione della società. Il metro di misura è la cultura, e per cultura non si intende la conoscenze teorica acquisibili con la Scuola o con l’Università. Un laureato, infatti, non è necessariamente culturalmente evoluto.

In un popolo evoluto dovrebbero prevalere sentimenti quali: serenità, felicità, libertà, rispetto. Non a caso l’Italia è al 45° posto nel rating mondiale della felicità dell’Onu; sarà solo colpa dell’annientamento del welfare e delle città caotiche, o c’è qualcosa di molto più profondo?

Per iniziare, è utile riconoscere che nella nostra società c’è un nuovo tipo di intellettuale: quello che ad esempio tratta di Gaber e d’Andrè come se fossero l’Alighieri. Pochi mesi fa una scuola bolognese intitolata al poeta fiorentino mutò il nome in De Andrè, e se un giovane vuole proprio cimentarsi nello studio di Dante, inizierà sicuramente da Roberto Benigni, tralasciando completamente i saggi di Gianfranco Contini.

Le cause sono da ricercarsi nel degrado sociale in cui siamo immersi e che ha le sue radici nel permissivismo e nel livellamento verso il basso sia degli studi e sia del reclutamento della classe impiegatizia e dirigenziale (quest’ultima dimostra più di tutte il basso livello culturale) promosso dalla Prima Repubblica per timore dello scontro sociale.

Oggi abbiamo laureati in letteratura italiana con tesi su Gaber, senza aver mai letto una pagina del Boccaccio, o laureati in storia dell’arte su Keith Haring senza che sappiano distinguere un Raffaello da un Tiziano. Una volta i giornali per avere opinioni su importanti questioni sociali intervistavano J.L Borges ora si rivolgono a Jovanotti: un cantante, dunque, vale più di un laureato. Sarà colpa di quel populismo dell’effimero che ci trafilano i programmi Mediaset, che non solo ci rendono omologati alla massa, ma ci danno una distorta visione di chi siano i “personaggi illustri”. Naturalmente non è questione di titoli accademici: oggi c’è chi accumula dottorati ricerca, ma che contenutisticamente parlando conosce meno di un ginnasiale di cinquant’anni fa. Sarà colpa di un ministro dell’istruzione che emana riforme senza essere nemmeno laureato?

L’uomo colto di oggi, l’intellettuale, è spesso un ignorante aggiornato: conosce l’ultimo best-seller di Dan Brown e invita Fabio Volo al Festival della Filosofia di Modena, ma non si chiede chi sia Pier Paolo Pasolini.

Il nuovo intellettuale non ha bisogno di argomentare, deve stupire riuscendo ad essere un po’ showmen un po’ predicatore; e ancora, deve riuscire ad apparire un intellettuale attraverso l’abito e il physique du role, e non esserlo mediante una profonda conoscenza. Inoltre, non occorre aggiungere nulla a quanto denunciato da sociologi e opinionisti che, soprattutto negli ultimi mesi, hanno invocato la decenza e l’onestà in nome e per conto della società civile. Sarà questo il tipo di intellettuale che prenderà il posto dell’attuale classe dirigente?

Suania Acampa

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