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2 giugno 2005

Alla Luce del sole

Poche sono le parole che si possono spendere senza entrare nella facile retorica per parlare di questo film. È un film che parla di mafia, è un film cPoche sono le parole che si possono spendere senza entrare nella facile retorica per parlare di questo film. È un film che parla di mafia, è un film che parla di valori, è un film che parla di un uomo e di speranze stroncate.
Definirlo capolavoro forse è dare un giudizio esageratamente positivo, come d’altronde definirlo un fiasco è di certo troppo riduttivo. Il film di Faenza è un affresco di un ottimo artista. A chi piace l’arte murale apparirà una grande opera che allo stesso tempo descrive e denuncia, racconta e commuove. A chi preferisce l’olio su tela potrà sembrare una storia di sicuro impatto per i temi trattati, per i quali si prova sempre e comunque stupore e paura per quanto sono veri e presenti, ma che non si eleva al di sopra di un buon esercizio su un muro. Resta comunque che Faenza è un ottimo artista (Sostiene Pereira ne è una prova chiarissima).
Alla luce del sole è la storia vera, e quindi terribile, di Don Pino Pugliisi, prete di Brancaccio, un quartiere di Palermo. Nei primi anni novanta con il suo impegno soprattutto nel recuperare i ragazzi dalla strada, aveva iniziato a pestare i piedi a troppi “uomini d’onore” che non ci pensarono due volte a toglierlo di mezzo nella maniera che meglio conoscono e per niente onorevole.
Preparato in maniera meticolosa, attingendo a piene mani dai documenti ufficiali e dai ricordi personali dei suoi collaboratori, la storia del “parrino” di Brancaccio è descritta però in maniera eccessivamente (ma purtroppo necessariamente) sintetica. Si vedono solo sprazzi del suo rapporto con i piccoli del quartiere e senza riuscire a penetrare a fondo nelle pieghe di ogni incontro. Di certo non si può chiedere ad una pellicola di circa due ore di raccontare due anni e mezzo di vita intensa vissuta in prima linea ogni giorno. Molte comunque sono le sequenze che colpiscono e restano dentro, due in particolare hanno la forza per rimanere a lungo nella memoria del pubblico e sono indicative al massimo della efferatezza della mafia e dei suoi affiliati. Don Pino vive a Brancaccio nel periodo degli attentati ai giudici Falcone e Borsellino. Morto il primo, un carosello di motorini sgangherati con a bordo adolescenti già troppo adulti, sfila davanti alla chiesa di don Puglisi griffando una parete con la scritta “W La Mafia”. Sembra una festa, come se il Palermo avesse vinto lo scudetto nel campionato di calcio, come se fosse la parata di un matrimonio, la sposa (la mafia) convola a giuste nozze e prende possesso della sua casa (la Sicilia). La seconda scena che arriva a colpire come un pugno in faccia mostra un’azione che si ripete più volte nel corso della pellicola: lo scagnozzo del boss fa accendere il juke box per ascoltare a tutto volume la sua canzone preferita anni ’70. Lo fa quando muore il giudice Borsellino, per festeggiare un evento importante, la riuscita di un affare, il trionfo sullo stato; lo fa quando don Pino parla in piazza, per rivendicare la legge del più forte, perché chi grida di più si fa sentire in un luogo in cui da sempre c’è troppo silenzio.

Gaetano Maiorino

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