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9 giugno 2005

Fermo emozione. Simone Tarantino e le suggestioni del quotidiano.

Ci sono i fotografi, e c’è Simone Tarantino. Ci sono storie, e ci sono emozioni. Incontro Simone nei pressi di Spring street, nel quartiere si SoHo,
Ci sono i fotografi, e c’è Simone Tarantino. Ci sono storie, e ci sono emozioni. Incontro Simone nei pressi di Spring street, nel quartiere si SoHo, New York City, dove le ultime propaggini di Little Italy portano una ventata di italianità che fa sentire un po’ a casa, ma l’intervista con questo straordinario fotografo avviene in modo un po’ anomalo, sui gradini di Union Square, circondati dagli skaters e dalla musica della città che non dorme mai. Simone parla con l’entusiasmo di quello che la fotografia significa per lui, dei sentimenti che prova guardando il mondo attraverso l’obbiettivo, e il suo desiderio di imprimere su una pellicola queste sensazioni e trasmetterle a tutti quelli che osserveranno il suo lavoro.
Nasce a Milano, ma è cittadino del mondo e nel corso degli anni Tarantino compie lunghi viaggi, esplora il pianeta, dall’Argentina a Roma, da Milano a New York, e con la sua macchina fotografica crea racconti per immagini che commuovono o rallegrano lo spettatore e lo trasportano in realtà ogni volta diverse. Tarantino parla a ruota libera anticipando le mie domande.
Domanda: Parlami del tuo ultimo progetto, Inside a Movie.
Risposta: Fa parte di un progetto più ampio, legato al mio sviluppo artistico, basato sul “lavorare per progetti”. La mia fotografia inizia come “emozionale”, ovvero dove vedo un’emozione la impressiono in pellicola, l’evoluzione di questo concetto si lega alla ricerca, ovvero sviluppare un tema, legato ad una prima sensazione iniziale, per studiarla, farla evolvere, farne uscire le sfaccettature.
Dove sono state scattate le immagini di Inside a Movie?
A New York, sul set di un film, io ero nascosto alla vista degli attori, volevo mettere in pellicola le emozioni che provavo io, senza però che gli attori mi vedessero, così da coglierli davvero dal vivo, nella loro massima espressività artistica.
Lo stesso concetto è stato seguito anche per il Chinatown People Project?
Esattamente. Il punto di vista è quello di una persona che si sta guardando intorno, che curiosa tra le emozioni della gente. Chinatown è sicuramente quello che mi ha emozionato di più, è stato realizzato una domenica mattina, tra le 6.30 e le 9.30, pensavo di non trovare nessuno ed invece ho trovato un mondo, sommerso e meraviglioso, che mi ha catturato, portato nel suo svolgersi, ammaliato.
Ero tornato molto tardi, quella notte. Erano circa le 5.30, non avevo sonno, ed ero ancora molto carico. Verso le 6 sono uscito, con la mia nikon e un paio di obbiettivi. Non avevo una reale meta, non avevo un reale target. La città a quell’ora della domenica è deserta. Mi sono diretto verso un piccolo parco a Chinatown, mi piacciono gli odori forti e personali che quella zona di New York offre. E poi, d’un tratto, sono entrato come in un mondo parallelo. Entrare nel parco è stato come l’entrare in una nuova dimensione. C’erano una cinquantina di persone, adulti e anziani, che facevano esercizi, thai chi, spada. Un registratore un po’ stridulo riempiva di note orientali l’atmosfera impregnata della mattina.
La luce, i suoni, i movimenti. E’ stato automatico, scattavo , osservavo, cercavo.
Stai lavorando su un nuovo progetto?
Sto facendo una ricerca sulle “fashion people” tutta in digitale. E’ un doppio esperimento, specie per uno come me che è molto legato alla pellicola tradizionale. Voglio capire se è una strada percorribile (il digitale) o no, voglio capire se riesco a leggere le emozioni della gente anche attraverso i pixel. Il digitale ha ancora molti limiti, per cui bisogna pensare allo scatto prima e durante mentre invece la pellicola mi da modo di fare uno scatto più istintivo.
Ora giro con entrambi i formati, la mia vecchia nikon F801 e la mia nuova D100.
Improvvisamente siamo costretti a interrompere la conversazione, un uomo vestito in modo eccentrico si avvicina a noi, ci chiede, indicando la macchina fotografica di essere fotografato, gli skaters si avvicinano pericolosamente a noi nel compiere le loro evoluzioni, New York non dorme mai, ma per noi è giunta l’ora di prendere l’ultimo treno. Simone mi saluta anticipandomi grosse novità, tra le quali una mostra in Italia, ma questo sarà un altro articolo e forse, un altro viaggio.
Samantha Baldini

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