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18 giugno 2005

Pugliese: una scalata a tutto campo

In attesa del Napoli, da giovedì sera Massimo Pugliese, già notissimo investitore e patron dell’U.S.Avellino, è a capo di uno dei gruppi industria

In attesa del Napoli, da giovedì sera Massimo Pugliese, già notissimo investitore e patron dell’U.S.Avellino, è a capo di uno dei gruppi industriali più importanti del Paese e tra i primi in Europa. Un’ascesa che è maturata nel tempo, attraverso storie di emigrazione e forte attaccamento alla propria terra. Quasi una leggenda.
Ma chi sono i Pugliese di Frigento a cui la stampa sta dando ampio spazio, dopo che si è diffusa la notizia della conclusione della trattativa per l’acquisto di un marchio di prestigio come la Magneti Marelli?
Tutto comincia a Frigento tanti anni fa. Il capostipite, Antonio-Totonno, si iscrive alle Magistrali di Frigento, consegue il titolo di maestro elementare, si gira intorno e capisce che non è tempo di sedersi, aspettando che estate ed inverno si alternino senza che nulla accada. Erano gli anni di “partono i bastimenti”, delle valigie di cartone, delle traversate oceaniche che si caricavano di sogni, di progetti e di speranze. E il giovane maestro di Frigento, che ascoltava le voci dell’America lontana, vedeva i “pacchi” giungere ai familiari degli emigrati, odorava il forte profumo delle “gomme masticanti”, sovrastate dal ponte di Brooklyn non ebbe esitazioni.
Accompagnato dai parenti, lasciò la Bella Italia dal molo Beverello e s’imbarcò per quel paese assai lontano.
In Venezuela, ad aspettarlo, c’era un suo zio. Poco dopo giunsero anche altri due fratelli di Antonio Pugliese.
E lì, con loro, Antonio-Totonno cominciò la sua grande avventura. Undici anni vi rimase. Si allontanò solo per un brevissimo periodo, quanto fu sufficiente ad impalmare la mano di Dora, una bella ragazza di Sturno che egli aveva conosciuto come ancora accade nei nostri paesi, quando si va a “caccia” di una bella donzella.
E il colpo di fulmine tra la ragazza di Sturno e il giovanotto di Frigento funzionò fino al punto che si ritrovarono sull’altare, tra parenti commossi e lanci di confetti. Ma non c’è tempo, occorre ritornare in Venezuela, lì il legno aspetta, la segheria non può fermarsi. E vi ritorna. E’ lì che nasce il primo figlio, Tommaso, oggi ingegnere affermato, che esercita la libera professione.
Ma è con il Venezuela che soprattutto il giovane Massimo stringe un rapporto forte, tanto che oggi è come se fosse uno di casa, tra coloro che emigrarono e hanno fatto fortuna e lo stesso governo venezuelano che ha di lui una grandissima stima. E lui, Massimo, si sente così figlio della sua seconda patria. E come Antonio-Totonno, Massimo torna dopo trent’anni in Venezuela per un programma di informatizzazione nelle scuole. Con la sua Olivetti esporta tecnologie e sentimenti, ottenendo gratitudine dalle autorità venezuelane, oltre che da Avellino e dalla sua Frigento, cui sta fornendo giorno dopo giorno un ritorno di immagine sempre maggiore.
Antonio-Totonno, intanto, aveva messo nella mente la modernità del lavoro, e tuttavia si sentiva strattonare nel cuore dalla Frigento della sua infanzia. Avviò una segheria, cominciò a commercializzare in legno, ebbe successo. Cominciò a circondarsi dei suoi paesani emigrati e a dar loro lavoro. La solidarietà in terra lontana fra emigrati è una delle pagine più belle della nostra storia di emigrazione. Totonno Pugliese fece un po’ di soldi.Tanti, quanti gli dovevano servire per tornare in Irpinia. Era il 1963. Vi tornò senza puzza sotto il naso, con le mani incallite dal duro lavoro, pronto a rimettersi la soma sulle spalle per non disperdere ciò che aveva duramente conquistato. Il legno, fatica e passione, conoscenze e rapporti e qualche soldo in più per non fermarsi, per riammodernare la sua azienda, renderla competitiva. Ecco Tonino alzarsi di buon mattino e raggiungere i confini tra la Puglia e la Calabria per acquistare pezzi di bosco da utilizzare per la sua attività. E sono viaggi pieni di fatica, mentre la piccola azienda cresce e anche la famiglia. Eccoli, uno dopo l’altro, Tommaso, il venezuelano a parte. C’è Antonietta, quarant’anni che frequenta le Orientali, consegue la maturità all’insegnamento ed è oggi docente a Guardia dei Lombardi. C’è Salvatore, di un anno più grande, che gestisce l’attività paterna. Ed ecco Massimo e Marco e infine, ultimo della nidiata Luca, 27 anni, laureato in architettura. Arriva il terremoto. Antonio-Totonno si guarda intorno e capisce che è tempo di impegnarsi ancora di più. Commercia in legno, acquistandolo, dai paesi del nord Europa. Riconverte l’attività. Il legno serve e come. Ma la vita dei Pugliese non cambia. Per i figli studio e lavoro, per i genitori lavoro e solo lavoro. Nel 1984 Antonio ha solo 54 anni, muore. E’ il pezzo più importante della storia Pugliese. Ragazzi piccoli si ritrovano senza il riferimento più alto. Per donna Dora è come se fosse giunta l’apocalisse. Ma è lei, donna coraggiosa e forte, che prende le redini con la severità austera e dialogante di una madre ferita al cuore. Ce la fa. La famiglia resta unita, ancora più unita e tutta protesa a difendere memoria, tradizione e lavoro di Totonno. Ce la fanno. Ed ecco Massimo, terzultimo dei fratelli, intelligenza finissima. Anche lui come il padre Totonno parte.
Va via da Frigento, senza andar mai via, giacché i fine settimana è sempre lì nel paese delle radici, con i suoi amici, nella piazza del paese a discutere delle sue iniziative. Massimo va nel Friuli, acquista un’azienda e subito si fa stimare. E’ un giovane scaltro, capace di raggiungere il pensiero mentre è in onda. Si lega in un rapporto di amicizia fraterna con Carlo Fulchir, un giovane come lui che ha grande passione e molta esperienza nel campo delle nuove tecnologie nei sistemi informatici. Massimo e Carlo diventano un tutt’uno. Si dividono il sonno. Massimo riconverte l’attività e comincia a viaggiare con Carlo. Treni, navi, aerei, paesi esteri, rapporti sempre più cordiali con i magnate dell’industria. Riesce a produrre un fatturato di trenta miliardi. E’ tanto, ma è solo poca cosa rispetto ai 1500 miliardi di fatturato dell’anno successivo.
Poi l’avventura dell’Avellino calcio. Comincia quasi per caso. Ne discute con Sibilia. Ma il vecchio leone alza il prezzo. Un passo in avanti, uno indietro e la trattativa si allunga nel tempo. Alla fine ce la fa. Dopo l’acquisto dice: due anni e saremo in serie B. Ci va molto vicino. Diventa, con il fratello Marco che chiama alla presidenza della società, il riferimento del “miracolo calcistico”. La squadra tira a mille all’ora, è capace di trascinare sugli spalti diecimila tifosi, come ai tempi d’oro. Lui, Massimo, rimane con i piedi ben puntati a terra. Poi qualche contestazione organizzata, le cose del calcio spesso incomprensibili e Massimo decide di uscire dal gioco. Con signorilità e dando lezioni di stile. Dicono che alla sua Santa, che presto porterà a nozze, confida di trovarsi a fare un sogno a volte più grande di lui. Dolce e gentile Santa, parente del sannita Clemente Mastella. Già, c’è anche la politica. C’era anche prima. E’ Massimo che presenta il fratello Marco all’ex giudice di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Il magistrato mostra grande interesse per questo giovane pulito, figlio della civiltà contadina, buon amministratore nel suo comune. E come sempre gli capita di fare, Massimo lascia spazio a Marco. Ha fatto così anche per la presidenza dell’Avellino calcio. Lui si sente Antonio-Totonno, deve correre, lavorare, stabilire rapporti, fare affari. Antonio Di Pietro diventa di casa a Frigento. E’ uno di loro. Quando decide di dar vita al suo primo movimento, Marco è in prima fila. Quando esce dai Democratici, Marco lo segue. Ma l’obiettivo politico rimane sullo sfondo. Se, girando per Frigento, chiedi un parere sulla “dinasty”, tutti dicono che “è brava gente, onesti lavoratori, ragazzi che sanno imporsi”. E’ la storia di una famiglia irpina che ha saputo farsi spazio tra tante difficoltà. Buoni rapporti con tutti, politici di qualsiasi schieramento, ricchi o poveri che siano. Chi ha sofferto, non perde mai la testimonianza dell’umiltà.
Massimo, intanto, continua la sua scalata. Piemonte, Medio Oriente, Venezuela, Irpinia. Decide di trasferire le attività dal nord al sud. E’ tra le poche volte che ciò accade nella lunga storia dell’imprenditoria del Paese. Riparte da Marcianise, rileva un gruppo industriale e dà vita alla X Fin. Ma è solo l’inizio. Giovedì la zampata del leone. Ricordando e onorando il passato, ma con lo sguardo rivolto al futuro.

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