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17 novembre 2005

25 anni dopo la morte Walter Tobagi viene ricordato in un convegno a Spoleto

“Chissà a chi toccherà la prossima volta”, si chiedeva Walter Tobagi in occasione di un dibattito sulla libertà di stampa e il terrorismo, quel 27 mag“Chissà a chi toccherà la prossima volta”, si chiedeva Walter Tobagi in occasione di un dibattito sulla libertà di stampa e il terrorismo, quel 27 maggio 1980, la sera prima di essere barbaramente assassinato, con cinque pallottole alle spalle, dalla “Brigata XVIII Marzo”. “Abbiamo ucciso un servitore dello Stato”, tuonava la scarna rivendicazione delle Brigate Rosse, che ancora una volta avevano voluto eliminare qualcuno che cercava di comprendere la loro aberrante strategia pseudo-politica. E Walter Tobagi era uno di questi! Fu lui stesso a rendersi conto del pericolo che avrebbe corso; fu lui stesso a dichiarare, dopo l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini, “nel mirino dei terroristi entrano ora quelli che cercano di comprendere”. Sono trascorsi ormai 25 anni da quel 28 maggio 1980, giorno in cui il principale quotidiano nazionale, il “Corriere Della Sera”, perdeva uno dei suoi migliori inviati, mentre l’Italia intera si trovava, nuovamente, a sprofondare nel terrore degli “anni di piombo”. A ricordarcelo è stato un convegno tenutosi, dall’11 al 13 novembre 2005, a Spoleto (Umbria), sette chilometri da San Brizio, paese natale di Tobagi. E’ proprio da lì che ha avuto inizio, il 18 marzo 1947, la parabola esistenziale di un uomo onesto e risoluto, che da semplice redattore della storica “Zanzara”, il giornale del Liceo Parini di Milano, diventato celebre per un processo provocato da un articolo sull’educazione sessuale, riuscì ad essere nominato presidente dell’ Associazione lombarda dei giornalisti. Dopo il liceo entrò a far parte dell’”Avanti”, passando poi al quotidiano cattolico “l’Avvenire”. Indelebile, infatti, il ricordo dell’ex direttore Leonardo Valente: “affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Preparava gli articoli con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all’università si dedicava alle ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e decine di telefonate di controllo, consultazione di leggi, regolamenti, enciclopedie.” In quegli anni di contestazione, il suo impegno maggiore era costituito dalle vicende del terrorismo fascista e di sinistra: dalle bombe di Piazza Fontana all’omicidio del commissario Calabresi, dalla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli alla guerriglia urbana provocata a Milano dai gruppi estremisti di Lotta Continua, Potere Operaio e Avanguardia Operaia. Nella sua “Storia d’Italia” Indro Montanelli scrisse di Tobagi: “aveva studiato a fondo, con spirito di comprensione, i fenomeni della contestazione e del terrorismo: ai primordi della contestazione avendo dato egli stesso, quand’era studente, la sua personale adesione.” Come dire, uno sguardo appassionato, quello di Tobagi, attento ad ogni singolo sussulto della realtà sociale post-’68, sfociata poi, nel corso di un decennio, nell’eversione contro lo Stato. Anche per questo si soffermò più e più volte sui segnali che uscivano dalle fabbriche, richiamando i sindacati a interventi più energici nei luoghi di lavoro per combattere i germi del terrorismo. Insomma, un giornalista come pochi, un riformista scomodo, sempre in prima linea alla ricerca della verità, severo nel ricordare “ai maestri della filosofia facile e del sociologismo da strapazzo, la realtà di un mestiere che resta individuale, duro, artigianale.”

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