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30 novembre 2005

Manifesto del Carnevale di Viareggio 2006: per la prima volta lo firma una donna

Sarà presentato sabato 2 dicembre al Grand Hotel Principe di Piemonte a Viareggio il manifesto del Carnevale 2006. La Fondazione Carnevale per la primSarà presentato sabato 2 dicembre al Grand Hotel Principe di Piemonte a Viareggio il manifesto del Carnevale 2006. La Fondazione Carnevale per la prima volta, ne ha affidato la realizzazione ad una donna, Chiara Rapaccini, scrittrice e illustratrice di libri per bambini nonché autrice di cartoni animati per la RAI, per il cinema e per il mondo della pubblicità.
Una nave di allegria che viaggia in mezzo al mare sotto la scritta ‘Viareggio’.
Tante maschere che fanno festa e tra loro Burlamacco, la tradizionale maschera viareggina, simbolo della manifestazione da 133 anni. E’ questo il soggetto della Rapaccini che ha fatto discutere per il tratto un po’ naif che si discosta dall’iconografia più tradizionale per avvicinarsi al disegno realizzato dal suo maestro, Jean Michel Folon, per il Carnevale 2000, ma che passerà alla storia per essere il primo ideato da mano femminile.
Ma chi è Chiara Rapaccini?
Nata a Firenze nel 1954, vive a Roma. Laureata in Pedagogia è grafica, scenografra, scultrice, illustratrice e scrittrice di libri per ragazzi. Come succitato, ha disegnato film di animazione per la RAI e per il cinema, ha collaborato come illustratrice con numerosi periodici italiani. Si è in seguito cimentata con la scrittura, e i suoi romanzi, squarci di vita quotidiana, sono molto amati per il tono ironico e scanzonato e la capacità di mettere a nudo le contraddizioni del mondo degli adulti. E’ anche moglie del regista Mario Monicelli (che di anni ne ha novanta!) salito all’apice del successo con films come “La grande guerra” e “I soliti ignoti”. La Rapaccini ha inoltre allestito mostre a Roma, Milano, Venezia e collabora come illustratrice con ‘Il Corriere della sera’ , ‘La Repubblica’ e ‘Il Manifesto’. Oltre ad essere collaboratrice del Teatro di Roma, dal 1995 insegna all’istituto europeo del design di Roma. Nel 1999 ha vinto il Premio Nazionale dell’Illustrazione Il Battello a Vapore nella città di Verbania.
“Ero una di quelle bambine che disegnavano molto fin da piccolissime – ha detto la Rapaccini in una intervista di un po’ di tempo fa per ‘Delafia’ – :tanti colori, fogli riempiti fino all’ultimo millimetro, figure decise. I miei genitori, però, non mi hanno mandato all’Accademia di Firenze, perché c’era “gente poco per bene” per una ragazzina borghese come me. Allora ho fatto a meno delle scuole d’arte e questa è stata la mia fortuna perché il virus dell’accademismo non mi ha mai contagiato. Mi sono inventata un segno, un modo di usare i colori (sempre a pennello, senza mai cedere alla matita) e sono andata avanti. Certo, ho sempre avuto un piccolo complesso di colpa per non aver studiato pittura, la figura, ad esempio, non l’ho mai saputa fare (mani, gambe, dita umane, erano un incubo) e allora ho provveduto subito ad inventare un mio modo personalissimo di raccontare per figure: A diciannove anni ho pubblicato il mio primo libro come illustratrice con Rosellina Archinto per le sue celebri edizioni. Lei è stata la prima, con Orietta Fattucci, a far conoscere ad un Italia sonnacchiosa libri coraggiosi, folli, spesso difficili ma mai piatti, importati dalla Francia e dalla Germania. Autori surreali come Lonesco e Blake, illustratori come Ungerer, Delessert, Claveloux, Couratin etc. mi hanno aperto la mente una volta per tutte e mi hanno fatto capire già una ventina di anni fa che scrivere e disegnare per ragazzi non vuol dire rassicurare bambini inerti e zuccherosi (che di fatto non esistono) e i loro genitori. Al contrario, significa mettersi al loro livello per raccontare, sdrammatizzando, i loro piccoli grandi problemi, i pensieri più reconditi, le frustrazioni, i desideri. I bambini “cattivi” sono diventati il mio pubblico di lettori preferiti, li frequento di continuo e li amo profondamente a cominciare da Rosa, la mia figlia dodicenne. La scrittura è cominciata solamente una decina d’anni fa, quando le figure non bastavano più a raccontare. Ho pubblicato una decina di titoli come autrice per Giunti, Piemme, E.L. per la quale dirigo, scrivo e disegno la collana Viperette, libri coloratissimi e ironici che trattano ciascuno un problema vero di bambini anche piccolissimi: l’ansia di andare a scuola, la paura di essere brutti o la gelosia per i nuovi nati. Vorrei scrivere un libro sulla morte perché c’è molto da dire e da far sorridere su questo e su altri temi scottanti della vita. Disegno mobili per bambini e mi piace ritagliare nel legno puntute silhouettes che i critici definiscono sculture. Ho fatto quattro o cinque cartoni animati, l’ultimo dei quali mi è stato chiesto da mio marito, per il suo film Panni sporchi. Da dieci anni insegno illustrazione per bambini all’Istituto Europeo di Design di Roma che da vent’anni è diventata la mia città. Ma le mie radici restano toscane; è da quella regione, infatti, che ho appreso a ridere di me stessa prima ancora che degli altri. I toscani sono ironici per natura, infatti ci intendiamo perfettamente”.

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