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14 novembre 2005

Pasolini il Corsaro

“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi m“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca”. Con queste parole Pier Paolo Pasolini si rivolgeva ai lettori del Corriere della Sera, nella prima metà degli anni ’70, per descrivere, ormai quasi esclusivamente con gli occhi del disincanto, un mondo che si accingeva a varcare la soglia di un’inevitabile “rivoluzione antropologica”. Un mondo che, agli occhi del poeta emiliano, non sembrava più gratificare le singole differenze culturali, frutto di esperienze sociali particolari (realtà contadina, per esempio), ma tendeva ad omologare indiscriminatamente chiunque cercasse di rivendicare un proprio personale modus vivendi. Questo ed altro alla base di una raccolta di scritti giornalistici (Scritti Corsari), che l’intellettuale inaugurò con una raccomandazione: “La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. E’ lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. E’ lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. E’ lui che deve organizzare i momenti contradditori ricercandone la sostanziale unitarietà”. Come sempre, ogni opera di Pasolini è complessa, alla stregua del tormento interiore che ha turbato il poeta lungo il corso della sua tragica vita: basti pensare alla straziante morte, quel maledetto 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, culmine di un’esistenza vissuta a domandarsi in mille modi diversi il perché delle cose. Da qui la sua frenetica attitudine a confrontarsi con linguaggi differenti (dal cinema alla poesia, dalla saggistica alla narrativa), nel disperato bisogno di comunicare con un mondo che sembrava ignorarlo per la sua dignitosa omosessualità. Anche da questo status di diverso, di anticonformista, di emarginato, di trasgressivo (soprattutto agli occhi della gerarchia ecclesiastica), dipese il suo essere coscienza critica di una società italiana (quella a cavallo tra gli anni ’60 –’70), sempre più in balia del “nuovo fascismo”, così ben descritto dal Pasolini degli “Scritti Corsari”. Non si trattava, come facilmente si potrebbe credere, del solito potere nelle mani della classe politica di turno (all’epoca il regime democristiano); neanche dell’influenza che, un tempo sempre più lontano, deteneva il Vaticano sulle coscienze dei propri fedeli; ma si trattava, invece, di un potere ben più occulto ed onnipervasivo: il potere del consumismo. “L’edonismo del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani all’idea del sacrificio: gli italiani non son più disposti ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere che hanno in qualche modo raggiunto”: pungente ed impietosa, dunque, la descrizione dell’italiano medio, vittima dei suoi stessi bisogni e desideri. Da qui l’inevitabile paragone con il fascismo mussoliniano, niente di che a confronto con il “nuovo regime”, il vero fascismo: “Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima”. A trent’anni da quel tragico 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, dunque, Pier Paolo Pasolini sembra ancora ammonirci dall’alto della sua umile saggezza, dandoci nuovamente la possibilità di ripensare criticamente al mondo che ci circonda, senza mai perdere di vista i valori di un passato da non dimenticare: “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore”, fa dire, nell’episodio “La Ricotta” del film “RoGoPaG, a un regista marxista impersonato da Orson Welles. E per commemorare il suo imperituro insegnamento, rileggere questi “Scritti Corsari” ci sembra quanto mai “moderno”.

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