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7 dicembre 2005

Il problema dell’immigrazione

La “rivolta” delle banlieue francesi pare essersi arrestata, anche in seguito alle drastiche misure di coprifuoco adottate dal governo parigino. Ma i La “rivolta” delle banlieue francesi pare essersi arrestata, anche in seguito alle drastiche misure di coprifuoco adottate dal governo parigino. Ma i suoi effetti continuano a prodursi. Molto probabilmente, tali effetti non si risolveranno solo all’interno dei confini francesi. La violenta protesta dei così detti casseurs, come abbiamo potuto vedere, ha messo in evidenza il fallimento delle politiche francesi per l’integrazione degli immigrati. Il tentativo francese di imporre un laicismo di Stato, che si pone al di sopra delle religioni, credenze o fedi particolari, ha finito per rivelarsi drammaticamente e nuovamente in quello che il sociologo Umberto Melotti, ha definito «l’abbaglio multiculturale». In altre parole, in una vera e propria illusione. La domanda che allora si pone, ma è possibile una vera e propria integrazione culturale degli immigrati all’interno delle nostre società? Il 2 e 3 di dicembre presso la facoltà di sociologia de La Sapienza di Roma è stato organizzato dall’AIS (Associazione Italiana di Sociologia) in collaborazione con l’ASA (American Sociological Association), un convegno proprio su queste problematiche. Nella maggior parte degli interventi, è stato affrontato il problema dell’integrazione sociale degli immigrati all’interno delle moderne società industriali, unito a quello della disoccupazione “strutturale” di molti dei paesi dell’occidente capitalistico, compresi gli USA. Un intervento particolarmente interessante, è pervenuto dal prof. Roy Duster dell’Università di Berkeley, California. Il sociologo americano, affrontando i temi della disoccupazione, della crisi dell’industria americana e dell’integrazione dei neri americani nel mondo del lavoro, ha tracciato un filo rosso che unisce i tragici eventi occorsi negli USA, e quelli francesi. Alla domanda: «professore pensa che anche in Italia possano verificarsi eventi simili se non cambia qualcosa nelle politiche sociali per l’integrazione e per il lavoro? Il professore ha risposto chiaramente, sulla base di osservazioni empiriche che se le politiche per l’immigrazione non prenderanno un’altra piega, c’è da aspettarsi che la stessa cosa si verifichi anche in Italia. Quando anche in Italia avremo l’ormai “famosa” terza generazione di immigrati, già osservata da Franco Ferrarotti, in assenza di politiche adeguate ed innovative, non potremmo sfuggire al verificarsi di eventi simili a quelli avvenuti in America ed in Francia. Le forze di governo, dunque, devono impegnarsi seriamente a formulare nuove e, soprattutto, “diverse” proposte politiche e sociali per l’integrazione, visto che quelle generalmente adoperate sono risultate fallaci dagli USA all’Europa. Ciò che è sembrato emergere prepotentemente dal dibattito sulle relazioni dei vari professori, sembra essere una profonda differenza rinvenibile tra il concetto di «assimilazione» e quello di «integrazione». Ma quale è la differenza reale tra «assimilare» ed «integrare»? Una comprensione del significato dei due concetti, sembra fondamentale per un’analisi sociologica del problema. L’assimilazione può essere reciproca, infatti, è possibile per la cultura “ospitante” assimilare “gradualmente” gli usi e i costumi della cultura “ospitata” e viceversa, favorendo gradualmente un inserimento sociale “non forzato” nel rispetto della diversità. L’integrazione, diversamente, non permette lo stesso processo. Essa è unidirezionale e “forzosa”, è solo la cultura “ospitata” a doversi integrare realmente, il che non presuppone l’accettazione da parte della cultura “ospitante”. In un processo di integrazione è solo la cultura “ospitata”, infatti, con il suo patrimonio culturale a doversi integrare in un nuovo substrato sociale, e non viceversa. L’integrazione risulta, dunque, “forzosa” per entrambe le culture. La difficoltà di integrazione nel vero e proprio senso della parola culture molto diverse tra loro, non sembra immediatamente realistica per molti motivi. L’integrazione può essere «reale» solo per certe culture, ed in particolar modo, per quelle che sono in un certo senso più vicine alla nostra. Per le altre non sembra rimanere altro che la strada dell’«assimilazione» graduale, reciproca e rispettosa delle diversità. La risposta che possiamo darci per il momento è che mentre è impensabile che vi sia integrazione senza assimilazione, ovvero, un’accettazione graduale e consapevole dell’inserimento in una nuova cultura all’interno della propria sulla base delle scambio culturale, non può esistere vera integrazione senza una preventiva assimilazione. L’assimilazione reciproca delle culture è, dunque, senz’altro il primo passo verso la possibilità di una vera integrazione socio-culturale.

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