• Google+
  • Commenta
23 marzo 2006

La sposa cadavere

Per raccontare una storia d’amore ad ogni costo, Tim Burton adatta per lo schermo una favola tradizionale russa e lo fa con uno degli strumenti ch

Per raccontare una storia d’amore ad ogni costo, Tim Burton adatta per lo schermo una favola tradizionale russa e lo fa con uno degli strumenti che affascina di più nel cinema di animazione nonostante il proliferare di computer grafica, la stop-motion.
Victor è un giovane figlio di un pescivendolo che sta per sposare Victoria, la figlia di una famiglia aristocratica in declino. Il loro è un matrimonio combinato e nessuno dei due è felice della decisione, in quanto nessuno dei due conosce l’altro. Tuttavia al primo incontro, il giorno prima delle nozze, è amore a prima vista. Victor però è un ragazzo timido e impacciato e non riesce ad imparare la formula del matrimonio che dovrà pronunciare il giorno dopo. Vaga per il bosco nel tentativo di ricordarla e finalmente ci riesce: usando come mano della sua sposa un ramo che spunta dal terreno, vi infila la fede nuziale, ma quel ramo in realtà è la mano di una ragazza uccisa nel giorno delle nozze che ora reclama Victor come suo marito e lo porta con sé nel mondo sotterraneo dei morti, dal quale Victor farà di tutto per uscire e tornare da Victoria.
Sconfitto nella corsa agli Oscar ma non per questo ridimensionato, dall’altro capolavoro di plastilina che è stato l’ultimo episodio della fortunata coppia Wallace&Gromit, la pellicola di Tim Burton con ironia e un pizzico di irriverenza fa scontrare la vitalità di scheletri e fantasmi con la monotonia e la pesantezza dei vivi. Il regista parteggia apertamente per i primi. La sua simpatia nei confronti dell’aldilà era già stata dichiarata in Nightmare Before Christmas ma qui diventa passione totale, una dichiarazione d’amore. La sposa, uccisa da suo marito proprio nel giorno delle nozze, è vittima di un crimine e di un’ingiustizia perpetuati nel mondo dei vivi (un tradimento inimmaginabile nell’aldilà), che la costringono a vagare tra i morti alla ricerca del suo vero amore. Il giovane sventurato, per un malinteso preso un po’ troppo sul serio, si vede trascinato in un aldilà colorato e scintillante, che somiglia al set di un musical più che ad una cripta. Burton ribalta il clichè dell’aldilà triste e grigio. Il mondo vero sembra quello che sta sottoterra, mentre il mondo in superficie è sempre avvolto in una nebbia soffocante ed in un susseguirsi di gesti ripetitivi che ne scandiscono il passare del tempo. Non a caso il paese, nella bellissima sequenza iniziale sembra costituire l’ingranaggio di un gigantesco orologio con i suoi movimenti ritmici e tutti uguali.

Google+
© Riproduzione Riservata