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30 marzo 2006

L’eredità di Sharon

Il popolo d’Israele ha scelto ancora una volta Ariel Sharon. Lui, da dodici settimane inerte su un letto d’ospedale, ha guidato anche queste elezi

Il popolo d’Israele ha scelto ancora una volta Ariel Sharon. Lui, da dodici settimane inerte su un letto d’ospedale, ha guidato anche queste elezioni. E’ bastata la sua immagine nelle gigantografie dei comizi, e la sua “piccola” Kadima alla fine ha vinto.
L’affluenza alle urne, lo scorso 28 marzo, è stata la più bassa della storia israeliana, appena il 63% degli aventi diritto. Nessuno dei partiti il lizza è riuscito a raggiungere la percentuale degli astenuti, cioè il 37%. I ventotto seggi conquistati da Kadima, uniti ai venti del Labor dell’emergente Peretz, non saranno sufficienti per formare il governo. Sarà necessaria una coalizione più ampia. Magari con i pensionati, veri vincitori di queste consultazioni. Il partito guidato da un ex ufficiale del Mossad, oggi settantanovenne, Rafi Eitan, ha ottenuto sette seggi. Un risultato inaspettato, rispetto ai dati sull’affluenza, che supera quello dei pacifisti, storico gruppo di sinistra, e degli ortodossi.
Questi esiti vanno letti alla luce dei programmi politici dei singoli schieramenti, che molto dicono sulla realtà israeliana e sulle sue aspettative per il futuro. Iniziando proprio dai Pensionati, partito che si rivolge ai quasi settecentomila israeliani oltre i 65 anni, una parte dei quali vive senza pensione ed è al di sotto della soglia di povertà. La linea di Eitan si è orientata al riscatto dei tagli del vecchio governo alle politiche del welfare. Accanto ad un successo, una disfatta, quella del Likud. Dei quaranta seggi del Parlamento uscente, ne ha mantenuto appena undici. La decadenza dell’ex partito di Sharon è iniziata con l’abbandono del suo leader, seguito al ritiro di fine agosto dalla Striscia di Gaza e da altre colonie nella Cisgiordania. La sua nuova guida, Benjamin Netanyahu, ha calcato l’impronta nazionalista del raggruppamento, escludendo dai suoi programmi ulteriori ritiri e spingendo per una linea dura nei rapporti con i palestinesi. Soddisfazione invece per i socialisti del Labor. Sono piaciute a molti le promesse di Amir Peretz: un impegno maggiore nei confronti delle politiche sociali e un tentativo concreto di dialogo con la controparte palestinese. Infine Kadima, il nuovo centro israeliano, che ha unito il tema dell’impegno sociale alla questione del ritiro dai Territori. Ma che rappresenta soprattutto l’ultima intuizione di Ariel Sharon. Un nuovo partito per un nuovo corso, forse quello definitivo, all’interno della questione palestinese. L’apertura a nuovi scenari, dimostrata con i primi ritiri dai Territori, ha preso il posto della vecchia intransigenza.
Tirando le somme, queste elezioni presentano l’immagine di un popolo disincantato, la bassa affluenza alle urne ne è la più chiara dimostrazione. Gli israeliani sentono l’urgenza di riforme sociali che risanino la situazione economica, e questo bisogno si legge nei voti a Kadima, al Labor e ai Pensionati. C’è nel sentire comune la necessità di sbloccare in modo definitivo l’annosa questione palestinese.
Ma Israele ha dimostrato soprattutto il bisogno di un leader forte, non un sostituto come Ehud Olmert, che da domenica sarà premier, ma un uomo capace di fare la storia. Un uomo alla Sharon. Sarà per questo che la maggioranza degli elettori è rimasta legata all’ultimo stralcio della sua politica e del suo carisma. Dentro Kadima c’è prima di tutto la sua anima da grande guida e potente stratega.

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