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5 aprile 2006

Università e ricerca dopo il 9 aprile 2006

Breve guida ai programmi elettorali delle due coalizioni.
E se vincesse il centro-sinistra? Come cambierebbe l’università e la ricerca sciBreve guida ai programmi elettorali delle due coalizioni.
E se vincesse il centro-sinistra? Come cambierebbe l’università e la ricerca scientifica in Italia dopo le prossime elezioni? Una domanda che, ormai a pochi giorni dal voto, echeggerà di certo nella mente confusa di tutti quegli studenti, ricercatori e docenti, profondamente disillusi dal sistema vigente.
Finora, la riforma Moratti ha incontrato forti resistenze, soprattutto in riferimento all’abolizione dei contratti a tempo indeterminato e al taglio dei fondi pubblici, per la ricerca, e all’introduzione di un modello universitario anglosassone, il cosiddetto “3+2”, che, nella sensazione generale, è parso come un’evidente scadimento della didattica di casa nostra. Tuttavia, malgrado in questi ultimi mesi si siano susseguite assemblee e manifestazioni sotto la spinta di sindacati, collettivi studenteschi, reti di ricercatori precari e persino dei più austeri accademici, nel programma elettorale della Casa delle Libertà per il quinquennio 2006-2011, il tema dell’istruzione è purtroppo trattato con estrema superficialità. “Incremento degli investimenti pubblici in ricerca pubblica e privata”. Questo, l’unico vago riferimento ai finanziamenti che il governo di centro-destra sarebbero disposto ad attuare in un eventuale rinnovo del proprio incarico. Un obiettivo facilmente traducibile in un aumento non ben quantificato della spesa complessiva, che nell’ultima legislatura non è andata molto oltre i 40mila milioni di euro, con un leggero declino in termini di incidenza sul Pil, e del buono scuola alle famiglie, un modesto contributo di 218 euro, che in alcuni casi non copre neppure i costi relativi all’acquisto dei libri.
Al contrario, università e ricerca occupano invece uno spazio dominante nell’ambizioso programma elettorale dell’Unione, che prevede innanzi tutto maggiori introiti per il rilancio dell’istruzione pubblica (fino al 2 percento del Pil), assunzioni a tempo indeterminato e un adeguamento dell’entità delle borse di studio a livelli europei. Tutto ciò, inverosimilmente, a carico dello Stato, senza alcun costo da parte degli utenti. Una proposta forse non propriamente utopica, ma di sicuro molto difficile da realizzare. Il programma dell’opposizione sottolinea poi anche una forte necessità di mettere in atto un graduale processo di rialfabetizzazione tramite l’innalzamento dell’obbligo scolastico e, al contempo, del divieto di lavoro, a sedici anni, e un sensibile rafforzamento dell’indipendenza scolastica, in grado di rendere più equi e stabili i finanziamenti ministeriali. Ma può davvero quest’autonomia di scelta, riguardante il reclutamento e le promozioni di carriera da parte degli atenei, andare a braccetto con le garanzie di standard internazionali di merito e di trasparenza durante tutto il processo di selezione? Ai posteri l’ardua sentenza.
L’impressione iniziale è che, ancora una volta, si faccia molta retorica a riguardo, utile a rassicurare l’elettore, molto meno a risolvere annose questioni che, da diverso tempo a questa parte, affliggono l’intero sistema della pubblica istruzione. Chi sperava infatti in risposte concrete e dettagliate, capaci di disintegrare in un sol colpo tutti i dubbi e le incertezze accumulati in queste ultime stagioni, dovrà attendere con fiducia la fine del prossimo mandato. Solo allora saremo in grado di tirare le dovute somme e poter così celebrare od infamare coloro i quali, sin da lunedì, si metteranno alla guida del nostro Bel Paese.

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