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11 maggio 2006

Il paese dei disoccupati intellettuali

Neolaureati d’Italia emigrate! Il vostro bel Paese ha sempre meno posti (di lavoro) per voi. A dirlo è l’autorevole Istat, in seguito ad un indNeolaureati d’Italia emigrate! Il vostro bel Paese ha sempre meno posti (di lavoro) per voi. A dirlo è l’autorevole Istat, in seguito ad un indagine svolta su 25 mila laureati del 2001.
La statistica, dal titolo Inserimento professionale dei laureati, è a dir poco sconfortante. A tre anni dalla laurea solo il 54% svolge un lavoro continuativo. Un intervistato su tre ha dichiarato di svolgere un’attività per la quale non sarebbe stata necessaria la laurea. E il 20% degli occupati non nasconde di aver avuto un aiuto da qualche conoscenza influente, magari lo stesso datore di lavoro. I curriculum hanno portato all’assunzione per uno scarso 30%, gli uffici e le agenzie di collocamento hanno contribuito appena per il 4%.
Nella ricerca del lavoro in Italia vengono purtroppo rispettati tutti i vecchi stereotipi sociali: le donne stanno peggio degli uomini e i ragazzi delle regioni del nord stanno meglio dei meridionali.
I numeri di quest’analisi ci dicono innanzitutto che le riforme per un mercato del lavoro più flessibile e quelle per cambiare il sistema universitario, non hanno avuto i frutti sperati. A che serve un nuovo ordinamento che contribuisce alla crescita del numero degli immatricolati, se poi questi stessi ragazzi, col certificato di laurea in mano, non trovano sbocchi sul mercato?
Un altro particolare importante che è emerso, riguarda il mancato dialogo fra imprese e atenei. Le imprese non assumono anche perché la preparazione dei neo-dottori non è sempre adeguata. Entrambe le parti riconoscono la necessità di uno scambio maggiore per ottenere vantaggi reciproci, ma nell’effettivo nessuno ha fatto ancora nulla.
L’impressione generale che se ne deduce è la perdita di efficacia di un titolo di studio come la laurea. Ormai è quasi fondamentale affiancarla ad un master, uno stage e ad almeno un paio d’anni di contratti a termine. Con inevitabili ripercussioni su tutta la sfera che riguarda la vita sociale dei giovani.
La fuga dei cervelli, spesso recriminata dalle nostre istituzioni, diventa una delle soluzioni più semplici. E la colpa non è certo di chi fa fagotto.

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