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18 settembre 2006

Stop alle università generaliste

Vengono chiamate università generaliste quegli atenei che, in questi ultimi anni, sono proliferati in tutta Italia. Senza entrare a far par

Vengono chiamate università generaliste quegli atenei che, in questi ultimi anni, sono proliferati in tutta Italia. Senza entrare a far parte della Conferenza dei Rettori (in cui ne rientrano settantasette), propongono dei programmi specifici per esigenze un po’ più particolari delle “normali” università; alcuni esempi? Corsi per chi vuole diventare esperto gastronomico, per i futuri leader cristiani, nonché corsi tradizionali che però non sono stati soggetti ad alcuna verifica. Per rendersi conto di quanto poco chi di dovere si sia accertato della validità delle neo-istituzioni, basti pensare che molte, tra le università chiamate web–università, non offrono neppure il sito Internet – in aggiornamento.
Negli ultimi due anni sono nate quattordici università, di cui i casi più clamorosi sono stati quello dell’Università Telematica delle Scienze Umane e la “Francesco Ranieri” di Villa San Giovanni, in Calabria. La prima non è stata riconosciuta dal Miur, ma si tratta comunque di un ateneo che propone dei corsi in stretto legame con uno degli istituti privati più famosi d’Italia per la preparazione agli esami, EdizioniWinner; la seconda, istituita per permettere agli studenti calabresi di non fare la diaspora, il cui rettore è stato investito di questa carica senza avere alcuna esperienza in ambito universitario, propone le lezioni, in un albergo, di corsi i cui programmi restano molto vaghi.
Recentemente, quindi, il Presidente della Repubblica Napolitano ha ritenuto necessario spingere il governo verso un’azione riparatrice, e il ministro dell’Istruzione Mussi ha così commentato: “Il presidente Napolitano ha ragione da vendere. Negli ultimi decenni si è assistito a una scriteriata proliferazione di sedi, talora collegata alle ambizioni di politici locali. Ho già cominciato a frenare questo fenomeno. In primo luogo impedendo la creazione di nuovi atenei e di nuove facoltà di cui non si avvertiva la necessità e poi inserendo nel decreto sulle classi di laurea, emanato il 4 agosto, norme volte a frenare la frammentazione e la proliferazione dei corsi. Nuove iniziative potranno vedere la luce solo su elevati standard di qualità e sulle basi di effettive necessità didattiche e di ricerca”.

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