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24 ottobre 2006

Diminuiti gli iscritti alle università

L’università non è più l’obiettivo dei giovani di oggi. Secondo le recenti statistiche dell’Istat, è appena uscito il rappL’università non è più l’obiettivo dei giovani di oggi. Secondo le recenti statistiche dell’Istat, è appena uscito il rapporto "Università e lavoro: orientarsi con la statistica", in questo documento si afferma che 16.000 matricole, dunque una su cinque, hanno rinunciato ad iscriversi ai corsi di Laurea degli atenei italiani. Probabilmente a conti fatti probabilmente i giovani del 2006 hanno preferito seguire un agognato stipendio piuttosto di una qualifica che in Italia non è apprezzata come dovrebbe. Hanno preferito, infatti, non fare la fine di molti laureati che accumulano corsi su corsi e master su master, o specializzazioni e stages o tirocini, per poi rivedersi a 30 anni senza prospettive di un lavoro qualificato a tempo indeterminato. La diminuzione degli iscritti era già iniziata nel 2005, quando non andarono oltre le 332.000 matricole, ed era già il 4,5% in meno del 2004, anno in cui si toccarono le 347.000 unità. Nell’anno accademico 2005/2206, come riportato nel documento Istat, che fu l’anno del famigerato 3+2, il 92,9% degli iscritti al primo anno ha scelto un corso triennale nella speranza di terminare prima e poter entrare il prima possibile nel mondo del lavoro. I novelli diplomati vengono apprezzati dalle aziende innanzitutto per l’età, e possono in maniera più veloce imparare già molto sul posto di lavoro, che piuttosto seguendo corsi su corsi. Una persona, dunque, che inizia a lavorare 4, 5, 6 anni prima ha maggiori possibilità di fare anche carriera. Inoltre, la laurea se avrà tempo potrà sempre prenderla con le numerosissime iniziative sorte per chi abbia voglia di prendere anche un titolo. I corsi di laurea che da sempre portano ad un inserimento lavorativo sicuro sono quelli del gruppo Ingegneria gestionale (a tre anni dalla laurea l’89% degli ingegneri gestionali ha un’occupazione continuativa), Ingegneria delle telecomunicazioni (88%) e Ingegneria aerospaziale e aeronautica (86%). Altra piaga è quella dell’abbandono degli studi, secondo l’Istat le interruzioni dei corsi universitari avvengono nei primi anni: 1 su 5 non rinnova la sua iscrizione, mentre il 40% continua ma è nel bacino del fuori corso, non avendo passato gli esami nel tempo debito. Infatti, il numero degli universitari che termina il suo corso di studi, triennale, corso unico o 3+2, fuori corso è del 64%, una cifra sempre considerevole. La laurea, dunque, aggiunge poco, tranne che per alcuni lavori in cui si deve entrare per forza con in titolo o la specializzazione, ce ne sono molti altri a cui si può accedere soltanto con il diploma. E la voglia di indipendenza dunque è cresciuta a dismisura. Dai dati dell’Istat per i laureati un unico punto di vantaggio, che si ottiene nel tempo, mentre dopo 5 o 6 anni dalla laurea i dottori vedono la loro disoccupazione in calo all’8,7%, i diplomati si assestano al 10,7%. Il problema, tuttavia, è un altro. Stiamo diventando un popolo che della cultura, dell’arte, della scienza non si interesserà più? Stiamo lasciando la cultura dietro le spalle?

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