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6 dicembre 2006

Unimore: orso bruno sulle alpi centrali

L’Orso bruno è davvero un animale pericoloso? C’è ancora spazio per gli orsi sulle nostre montagne? A questo maestoso, imponente e selvaL’Orso bruno è davvero un animale pericoloso? C’è ancora spazio per gli orsi sulle nostre montagne? A questo maestoso, imponente e selvatico animale è dedicato un seminario organizzato dal Dipartimento di Biologia Animale dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. L’appuntamento è giovedì 7 dicembre 2006.

Sarà l’Orso bruno il protagonista dell’incontro organizzato dal Dipartimento di Biologia Animale dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia che vuole fare chiarezza sulle problematiche e gli interventi di preservazione del maestoso plantigrado, oggetto di leggende e favole per bambini ed indisturbato abitante, fino all’inizio del secolo scorso, delle zone boschive della penisola italica, specialmente sulla dorsale appenninica.

A questo straordinario animale sarà dedicato un seminario “Orso bruno sulle Alpi: problematiche e interventi di conservazione” che si terrà giovedì 7 dicembre 2006 alle ore 15.00 presso l’Aula 1 del Dipartimento di Biologia Animale (via Campi 213/d) a Modena, in cui il dott. Andrea Mustoni, responsabile dell’Ufficio Faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta, illustrerà agli studenti, dottorandi e docenti interessati gli obiettivi del progetto Life Ursus e cosa si farà in futuro per salvaguardare questa specie.

L’orso bruno ovvero l’Ursus arctos era in passato una presenza caratteristica delle aree boschive italiane. Durate il diciottesimo secolo, tuttavia, il suo areale cominciò a contrarsi e la specie continuò a sopravvivere solo nelle zone montane, più difficilmente raggiungibili dall’opera massiccia di disboscamento estensiva praticata dall’uomo. A partire dalla seconda metà dell’800 iniziava una fase di persecuzione capillare dell’orso, che è stato sistematicamente cacciato e ucciso anche nelle zone più remote di questi monti, perché considerato dannoso e pericoloso.

Nei primi decenni del ’900, la totale protezione ha permesso a molte popolazioni europee di orsi di invertire il drammatico calo numerico, scongiurando il pericolo di estinzione. Nelle Alpi – però – la protezione è arrivata troppo tardi, quando oramai gli orsi erano così rari da essere vulnerabili proprio di fronte ai meccanismi ecologici tipici delle piccole popolazioni.

La persecuzione diretta ha successivamente accelerato il processo di contrazione delle zone occupate dagli orsi, fino alla situazione attuale che vede presenti in Italia solo tre nuclei isolati: in Appennino nel Parco Nazionale d’Abruzzo, in Friuli-Venezia-Giulia, derivante dalla spontanea dispersione di alcuni individui appartenenti alla popolazione slovena, e nel Trentino occidentale, nei territori del Parco Naturale Adamello Brenta e limitrofi.

Alla fine del secolo scorso, tuttavia, il nucleo di orsi del Brenta, ridotto a non più di 2-3 individui, aveva superato la soglia dell’estinzione: una ripresa naturale era considerata assolutamente improbabile. In questo contesto, nel 1996 ha preso avvio mediante finanziamenti dell’Unione Europea il Progetto Life “Ursus – tutela della popolazione di orso bruno del Brenta”, conclusosi nel 2004, promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, e parzialmente finanziato dall’Unione Europea.

“Nonostante la fine del Progetto Life Ursus – afferma il dott. Andrea Mustoni, responsabile dell’Ufficio Faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta – grazie al quale sono stati reinseriti 9 orsi nel Parco Naturale Adamello Brenta, l’impegno del Parco stesso nei confronti di questo poderoso e selvatico animale prosegue, con l’obiettivo finale di facilitare il raggiungimento di una popolazione minima vitale sulle Alpi Centrali. Le attività attualmente in corso prevedono l’approfondimento delle conoscenze sulla popolazione del Trentino Occidentale, una costante azione di divulgazione e comunicazione, la collaborazione con Enti ed Associazioni interessate al perfezionamento delle strategie di conservazione del plantigrado”.

Obiettivo del progetto: costituire nelle Alpi una popolazione sana di orsi in grado di autosostenersi, cioè che non abbia più bisogno in futuro di aiuti costanti da parte dell’uomo. Obiettivo sicuramente ambizioso, perché, visti i rischi che corrono le piccole popolazioni, vuol dire arrivare a creare un nucleo di almeno 40 orsi.

“Questo quadro ci ha portato a concludere che – prosegue il dott. Andrea Mustoni – qualora in futuro non riprenda il bracconaggio contro questa specie, un rilascio di orsi pianificato correttamente e gestito con il necessario rigore potrebbe rapidamente eliminare il rischio di estinzione, riportando il nucleo alpino oltre quella soglia numerica che permette di considerare vitale una popolazione”.

Nelle Alpi centrali sono ancora presenti circa 2000 Kmq di ambienti idonei alla presenza dell’orso. Un risultato molto positivo che incoraggia ad andare avanti affrontando il problema più delicato di tutto il progetto: la presenza dell’orso, in un’area così densamente antropizzata.

A seguito di un indagine DOXA di Milano i 1500 abitanti dell’area sono stati intervistati telefonicamente, per analizzare la loro attitudine verso l’orso. I risultati sono stati sorprendenti: più del 70% degli abitanti si sono dimostrati a favore del rilascio di orsi nell’area. Questa percentuale sale fino all’80% di fronte all’assicurazione che verranno prese misure di prevenzione dei danni e che se un orso si dimostrerà potenzialmente pericoloso per l’uomo verrà immediatamente allontanato o abbattuto.

“Il progetto di ricreare una popolazione vitale di orsi sulle Alpi centrali – afferma il prof. Luigi Sala dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia -, luogo estremamente recettivo nei confronti dell’orso bruno che necessita di , rappresenta forse l’operazione più ambiziosa mai tentata in Italia per la conservazione di una specie selvatica ed i risultati dello studio di fattibilità hanno mostrato come l’obiettivo del rilascio sia raggiungibile, ma solo a patto di comprendere che questo richiederà da parte delle amministrazioni e dei tecnici impegnati uno sforzo lungo e straordinario. Ma per riportare l’orso su queste montagne, ne vale davvero la pena”.

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