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17 gennaio 2007

Trento. Camorra: esercito e repressione o investimento nella società civile e nei giovani?

Già nel 1863 lo storico Marco Monnier la definiva “un’estorsione organizzata, una società segreta popolare, una triste genia conosciut
Già nel 1863 lo storico Marco Monnier la definiva “un’estorsione organizzata, una società segreta popolare, una triste genia conosciuta dal volgo sotto il nome di camorra, che comincia a trionfare nei giorni difficili che attraversiamo”. Ma la camorra è purtroppo ancora oggi una piaga di forte attualità anche nel dibattito politico, dove le proposte si dividono tra l’impiego dell’esercito per una drastica repressione e l’investimento nella società civile, attraverso progetti destinati soprattutto ai giovani.
Per comprendere meglio i meccanismi di diffusione e radicamento della camorra e riflettere sulle soluzioni più opportune per combattere questo fenomeno, il centro di ricerca Transcrime dell’Università di Trento e dell’Università Cattolica di Milano organizza un incontro con due tra i maggiori esperti italiani del settore: Franco Roberti, procuratore aggiunto e responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Napoli e don Tonino Palmese, salesiano, docente di Teologia, Etica dell’economia e Pedagogia, e referente regionale per la Campania di LIBERA, una rete che coordina tutte le associazioni impegnate in Italia nella lotta alla criminalità organizzata.
L’incontro dal titolo “Lotta alla camorra tra attività investigativa e cultura della legalità” si terrà domani, giovedì 18 gennaio, alle 15 nell’Aula B della Facoltà di Giurisprudenza. L’appuntamento rientra nel ciclo di Seminari di Antimafia 2006/07 organizzati congiuntamente dalla Facoltà di Giurisprudenza, dal Dipartimento di Scienze giuridiche e da Transcrime nell’ambito del corso Aspetti criminologici e giuridici del fenomeno mafioso, tenuto a Giurisprudenza da Gabriele Fornasari e Andrea Di Nicola.
Cosa significa investire nei giovani in un territorio come quello campano e in regioni del Nord come il Trentino? Come la società civile può vincere la Camorra? Esistono propaggini della Camorra al Nord? Il confronto con Roberti e Palmese potrà servire anche per fare maggiore chiarezza su questi interrogativi e sui recenti fatti di sangue che hanno sconvolto Napoli. Durante il seminario si rifletterà anche sull’efficacia dei diversi strumenti messi in campo finora per la repressione o per la prevenzione e lo sviluppo di una cultura della legalità.
“La criminalità individuale è quasi un residuo folkloristico” – commenta Roberti, ex sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia ora a capo del pool anticamorra napoletano, uno dei giudici antimafia più competenti, che ha dedicato una vita alle investigazioni contro le mafie (ed è noto al grande pubblico anche per essersi occupato anche dei recenti scandali del calcio). “L’organizzazione è entrata prepotentemente nel mondo criminale e non c’è ormai attività illegale che non abbia una propria forma organizzata: dallo sfruttamento della prostituzione all’immigrazione clandestina, dal traffico di armi allo smaltimento illegale dei rifiuti, dallo spionaggio industriale e finanziario alla pirateria informatica. Quel che è peggio è che l’economia criminale determina una sorta di condivisione di interessi che sembra rendere evanescente il confine tra mondo del crimine e società civile, stabilizzando una rete collusiva di rapporti ben diversi da quello, tradizionale, tra delinquenti e vittime del reato”.
Palmese ha alle spalle una vita piena di esperienze eccezionali: dai viaggi in Venezuela e Brasile all’amicizia con i giudici Borsellino e Caponnetto, fino all’impegno costante e quotidiano nella lotta alla criminalità organizzata. Oggi è impegnato a offrire sostegno alle famiglie delle vittime innocenti della camorra. È autore del libro “Giovani e futuro: dalla minaccia alla speranza”, con prefazione a cura di Luigi Lo Cascio, edito da Rubettino. “I padri – incalza don Palmese – evitano di affrontare i loro ragazzi, mancano di ascolto e di empatia. I giovani, più che pene sociali, meritano maggiore attenzione da parte degli educatori”.

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