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5 febbraio 2007

Cervelli in fuga

Ha scritto Beppe Severgnini sulla sua web-rubrica “Italians”, lo scorso 27 gennaio: «…lancio una proposta: aboliamo l’espressione “fuga dei cervel

Ha scritto Beppe Severgnini sulla sua web-rubrica “Italians”, lo scorso 27 gennaio: «…lancio una proposta: aboliamo l’espressione “fuga dei cervelli”. Non so perché, ma non ne posso più. I cervelli italiani vanno, vengono, ritornano, ripartono, si trovano, si dividono, s’illudono, s’incazzano (spesso). Ma non fuggono. Al massimo, prendono congedo temporaneo». Potremmo anche dargli ragione, ma a sentire le ultime notizie in materia di ricerca ed università made in Italy, ci sembra proprio che “fuga dei cervelli” sia la definizione migliore. Lo so, si rischia anche di riderci sopra, ma almeno così avremmo la possibilità di vedere il “bicchiere mezzo pieno”. Purtroppo, però, è la cruda realtà delle cose ad imporsi su tutto il resto. E in questo caso, a leggere l’ultima, scottante inchiesta di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” (30-1-2007), non possiamo non guardare (senza alcun pessimismo di sorta, sia chiaro) al “bicchiere mezzo vuoto” del nostro malandato sistema universitario italiano. E’ mai possibile che un programma nato nel 2001 con il D.M. 26/1/01 n.13, rivolto al rientro in Italia di giovani ricercatori (impegnati all’estero per almeno un triennio in attività di ricerca), e confermato poi da un altro decreto ministeriale, del 20 marzo del 2003 – che prolungava da tre a quattro anni la durata massima del contratto stipulato tra ricercatori e le università italiane che li avevano chiamati – è mai possibile, si chiede Stella, che alla fin fine, su 500 persone desiderose di rientrare nel Bel Paese, solo 33 (cifra ancora non ufficiale), almeno secondo il Cun (Consiglio Universitario Nazionale), siano degne di una cattedra di professore ordinario o associato. «Per avere la cattedra di tipo X dovevi avere un incarico “equipollente” da un’altra parte», scrive Gian Antonio Stella, e quindi «Se sei ordinario in un ateneo del Kamchakta passi, se sei il più geniale rampollo emergente di Harvard no». Si chiedono allora i “cervelli” in questione, sul loro sito web http://www.webalice.it/mvendruscolo/index.html, «che senso avrebbe fare tornare in Italia validi ricercatori per poi lasciarli riemigrare?». Infatti, una volta trascorso il periodo di quattro anni (come da contratto), i ricercatori dovrebbero scegliere se rimanere per tentare la tortuosa (e non sempre trasparente) strada dei concorsi pubblici, oppure se ritornare all’estero in cerca di occasioni di lavoro migliori. Voi che fareste?

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