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13 febbraio 2007

Tanti letterati, pochi scienziati…e poi?

Scrive Massimo Carfagna nel saggio “Lo studio delle scienze in Italia” (2006): «A partire dai primi anni 2000 (…) le immatricolazioni tornano di nuovoScrive Massimo Carfagna nel saggio “Lo studio delle scienze in Italia” (2006): «A partire dai primi anni 2000 (…) le immatricolazioni tornano di nuovo a crescere, stavolta per effetto dell’introduzione delle lauree brevi che suscita nel Paese un rinnovato interesse verso gli studi universitari». Ma a fronte di questi dati di fatto, però, la sua analisi ha constatato che il 60% degli studenti è concentrato in solo cinque dei sedici gruppi disciplinari, così suddivisi dal Ministero dell’Università, con un netto predominio “demografico” degli studi socio-umanistici. E pensare che all’inizio degli anni ottanta il gruppo disciplinare politico-sociale incideva sulla popolazione studentesca per un misero 5% (a fronte dell’attuale 11,7%), al contrario del gruppo medico che all’epoca, invece, contava più del 18% degli studenti (ora la percentuale è scesa al 7%). «Va da sé che l’introduzione del numero chiuso in queste facoltà ha avuto un ruolo determinante nel comprimere in maniera così netta i numeri in esame» ha precisato Massimo Carfagna nel saggio in questione. Senza tralasciare, tuttavia, che il numero degli aspiranti “scienziati” (afferenti al gruppo disciplinare scientifico) non è diminuito in termini assoluti negli ultimi decenni: basti pensare, ad esempio, come ci tiene a sottolineare Carfagna, che il numero di studenti è salito da 132mila nel 1976 a 205mila nel 2005. La crescita in termini numerici non ha visto però la stessa impennata del gruppo di studi socio-umanistici. Tanti letterati e pochi scienziati, a quanto pare. E la domanda nasce spontanea: tanti disoccupati e pochi occupati, allora?

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