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14 maggio 2010

“Morire” vivendo: Stefano Anastasia e Franco Corleone contro l’ergastolo

“… un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte”.

Era il Gennaio del 1976 quando presso la Facoltà di Scienze politiche di Roma, Aldo Moro pronunciò queste parole durante la sua lezione al corso di Istituzioni di diritto e procedura penale. Sono passati oltre trenta anni e da allora pare che nulla sia effettivamente cambiato, nulla abbia concretamente attutito l’aspetto fortemente disumanizzante della pena perpetua.

Forse Moro è stato l’ultimo statista che con tenacia e convinzione ha ammesso pubblicamente la sua condanna per la pena dell’ergastolo. Ciascuno si è abituato, probabilmente, a credere di vivere in un mondo più civile, più giusto, più umano, solo perché nel nostro paese è stata abolita da anni la pena capitale, ma pochi si interrogano su quanto possa essere scandalosa e brutale la condanna all’ergastolo, quanto possa essere dura la vita da ergastolano, quanto possa essere crudele morire in un carcere.

È lecito che l’opinione pubblica abbia smesso di interrogarsi in merito, o che forse non l’abbia mai fatto, quando è lo stesso mondo delle istituzioni e della politica a voler dimenticare o eclissare completamente tale problematica nell’ostinata convinzione di dover solo garantire risposte di giustizia e di sicurezza ai cittadini.

Negli ultimi anni il tema sembra riemergere, e con passione, sociologi, politologi, giuristi dibattono tra di loro, si incontrano e scontrano sul tema della pena perpetua e sugli effetti devastanti che ha sulla persona che, seppur rea, resta comunque un essere umano. Nessuna risposta da parte delle istituzioni, nessuna riforma concreta del codice penale, nessuna iniziativa volta a modificare lo status quo: si continua, al contrario, a garantire la certezza di un diritto che però viene meno al senso di umanità e a grandi valori. Dalle istituzioni, ormai da anni, nonostante ciò, nessuna risposta, nessuna discussione.

È su questo tema, condannando duramente la pena all’ergastolo come pena “necessaria” e criticando l’assenza di in un intervento politico mirato, e sulla scia del pensiero di Aldo Moro, che nasce il lavoro di Stefano Anastasia e di Franco Corleone “Contro l’ergastolo. Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona”. Il libro, edito da Ediesse, proprio in questi giorni è stato presentato da Stefano Anastasia presso la Facoltà di Lettere & Filosofia dell’Università degli Studi di Salerno. L’intero testo ruota attorno a un concetto di fondo: quanto è considerabile più umano un sistema giuridico, quale quello italiano che sottrae la libertà perpetuamente a un individuo, costringendolo, nel peggiore dei casi, anche a morire in un carcere, rispetto ad altri che tuttora applicano la pena di morte per reati gravi?

È un tema a dir poco scottante che nasconde insidie, conflitti e punti di vista estremamente antitetici. Gli autori sottolineano nel saggio che, seppur negli anni siano state apportate alcune modifiche in materia e che la disciplina giuridica dell’ergastolo sia stata mitigata (oggi l’ergastolano dopo un certo numero di anni e sulla base di alcune condizioni di “merito”, potrebbe ottenere permessi premio, passare a uno stato di semilibertà, ottenere una liberazione anticipata o una liberà condizionale), il sistema giuridico – penale continua a perdere di vista un aspetto determinante: gli effetti devastanti di questa pena su un essere umano.

L’ergastolo non è solo privazione della libertà, l’ergastolo è una condanna a vita che procura la morte civile, ma soprattutto sociale del soggetto: è una pena desocializzante. Un detenuto condannato all’ergastolo, che trascorre oltre venti anni della sua vita in un carcere, che persona sarà una volta espiata la sua pena? Ma soprattutto riuscirà a sopravvivere fino alla fine o il carcere diventerà anche il suo letto di morte? Cosa c’è di giusto, di morale, di civile, che un uomo, un essere umano, possa morire nel letto di un carcere? Quali stimoli, quali desideri, quale motivazione può caratterizzare la vita di un ergastolano nel suo trascorrere giorno dopo giorno la sua esistenza dietro a delle sbarre? Che voglia avrà di seguire percorsi di recupero o di reintegrazione quando quel mondo che è là fuori non sa se sarà ancora in grado o avrà voglia di affrontarlo?

Come diceva Italo Mereu, l’ergastolo forse non sarà la pena di morte, ma “è come morire a fuoco lento”. Passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni e nel tempo la persona condannata alla pena perpetua si spegne con tutta la sua voglia di vivere. Tema centrale del libro è, inoltre, la questione della legittimità costituzionale della pena dell’ergastolo su cui si interrogano i due autori. La nostra costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità: allora appare logico chiedersi, cosa possa esserci di legittimo, piuttosto che di costituzionale, nell’emettere regolarmente condanne a vita, condanne che lasciano a chi è costretto a scontarle, solo brandelli di vita, o forse, neanche quelli. L’ergastolo oggettiva il soggetto, gli oblia ogni speranza, gli nega la sola idea del suo futuro.

Pasqualina Scalea

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