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6 giugno 2010

Il coraggio del racconto

Film di rabbia e umanità. Documentario vivo, voglioso, genuinamente indipendente. Andrea Segre racconta una storia di vivere quotidiano, resistenza ordinaria in una periferia “centralmente” lontana. Ponte di Nona, oltre 20 km dal cuore della capitale, borgata romana classica e moderna al tempo stesso. Due donne descrivono in maniera diversa la loro vita, le loro aspirazioni, il loro passato legato ad un luogo diventato familiare come ogni imposizione della vita.

Non è facile affrontare questi temi. Non è facile produrli, non è facile renderli ampiamente visibili. Il traballante cinema italiano, in enormi difficoltà già nella distribuzione di film economicamente più vantaggiosi, non ha spazio per documentari di questo tipo. Distribuito ufficialmente lo scorso autunno in poche sale italiane, il film di Segre punta su un altro tipo di diffusione: la distribuzione civile. Si cerca in questo modo di coinvolgere direttamente gli spettatori e gli appassionati ampliando la fruibilità del film per renderlo visibile in spazi diversi dalla sala cinematografica: centri culturali, biblioteche, università, cineclub, centri sociali, scuole pubbliche.

Un po’ come stanno cercando in fare in modo simile i promotori della social distribution, nata per poter allo stesso modo ampliare i canali di visualizzazione in maniera semplice e diretta, cercando in qualche modo di aggirare le lobby classiche della produzione e della distribuzione cinematografica. In questo modo le proiezioni vanno avanti in tutta Italia. Sul blog ufficiale del film è possibile sapere le date delle nuove proiezioni.

Considerando queste nuove, positive e propositive dinamiche di produzione è ancora più apprezzabile la volontà del regista di entrare in contatto con un mondo fatto di “persone meravigliose” che non si negano e raccontano.

Neda è una donna forte, cinquant’anni vissuti a sfidare difficoltà economiche e sociali. Cresciuta all’ombra del Colosseo, dopo un vagare costante in cerca di una sistemazione definitiva si ritrova ad abitare da più di quindici anni nell’estrema periferia romana, oltre il grande raccordo anulare, nei nuovi quartieri popolari definiti esplicitamente come il frutto di un’urbanistica del privilegio figlia di speculazione e superficialità.

Sara invece ha diciotto anni, a Ponte di Nona è cresciuta, ha vissuto lì con la sua famiglia trasferendosi da Tor Bella Monaca quando lei era ancora molto piccola. Si sente fortunata perché è una delle poche persone che ha la possibilità di studiare in un liceo. La sua consapevolezza è associata alle immagini del quartiere nella solitudine desolante della sera, al traffico assordante della mattina, alle difficoltà per raggiungere la scuola. Il tutto legato a prospettive di cambiamento e di studio all’università.

Le due protagoniste introducono lo spettatore in un mondo particolarissimo condizionato da dinamiche di interessi politici e sociali assolutamente duraturi e tristemente feroci. Un mondo fatto da migliaia di cittadini senza nessun diritto sociale. Nessuno spazio pubblico degnamente gestito, degrado realmente tangibile, incomprensione tra “vecchi” abitanti e nuove famiglie di immigrati. Il documentario fila via veloce nel mostrarci dinamiche di scontri reali, di lamentele e sfoghi di rabbia.

La descrizione delle vicende segue un andamento registico lineare nel alternare momenti di competizione e di scontri verbali tra persone evidentemente sfiduciate, e la descrizione di una umanità vivace, spontaneamente legata al senso del reale. Ma la vita scorre tra i suoi flussi nel vivere quotidiano: prospettive e ricordi, ironia forte e decisa. La fotografia di Bigazzi è puntuale e coerente nel seguire gli spostamenti di una visione che va da accoglienti interni diurni a silenziose riprese serali. I discorsi ed i presagi delle protagoniste portano ironicamente in contatto con il mondo dell’edilizia implicato in affari politici. Noti costruttori bugiardi e ridicoli si mostrano inconsapevolmente in spot pubblicitari falsamente trionfalistici nel pubblicizzare nuove costruzioni a Ponte di Nona come valide prospettive di vivere futuro. E ancora strade non costruite, l’avanzare feroce di una periferia insensibile.

L’andamento del film è quasi idealizzata. Si passa dal ricordo nostalgico di una vecchia vita nel centro della capitale fino a raggiungere un finale agrodolce di irrisolta incompletezza, di ironica consapevolezza di speranza ormai andata. Ma forse non si smette di stupirsi delle vicende. Forse no, non si sa mai, “magari le cose cambiano”.

Nicola Baccelliere

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