Quando Damasco significa Lavoro

Redazione Controcampus 6 Luglio 2010

L’indagine nasce dalla collaborazione tra Isfol e la testata web Repubblica degli Stagisti, specializzata nell’analisi del fenomeno, e si è basata sui dati rilevati da un sondaggio, rimasto on line dal 6 maggio al 6 ottobre del 2009, con cui si è data la possibilità a 5017 partecipanti di raccontare anonimamente la propria esperienza attraverso le risposte ad una ventina di domande finalizzate a tracciare un profilo quantitativo e qualitativo.

Le ricerche e i dati pregressi al sondaggio, di cui l’Isfol ha tenuto conto nella conduzione dello stesso sono:

-* Indagine condotta prima dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) e dal 2006 in poi dall’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (AS), ex-Indire, sulle esperienze legate alla terza area professionalizzante (ossia: esperienze formative realizzate dagli Istituti Professionali di Stato tramite determinati accordi con la Regione di appartenenza, finalizzate all’ottenimento di una qualifica regionale equipollente al diploma erogato dall’Istituto in base al Decreto Ministeriale del 15 aprile del 1994 ) e su quelle di alternanza scuola lavoro, avviate dopo la Riforma dell’Istruzione del 2003 (Art. 4, L. 53/03) e rese attuative con il DL 77/05, tramite cui è possibile risalire al numero di stage promossi ogni anno dalle scuole secondarie superiori
-* Indagine annuale Excelsior realizzata dall’Unioncamere, sui fabbisogni di manodopera delle imprese italiane
-* Indagine, pubblicata nei dei mesi scorsi col titolo Profilo dei laureati italiani e promossa dal Consorzio Interuniversitario Almalaurea
-* Il monitoraggio ad opera dell’ Isfol sui Centri per l’impiego (CPI) e sui Centri di Formazione Professionale gestiti direttamente dalle Regioni
-* L’indagine ISFOL PLUS (Participation, Labour, Unemployment, Survey) da cui è stato possibile desumere alcune caratteristiche di tipo qualitativo degli stagisti italiani

Un dato di più difficile reperibilità è infine quello sui tirocini effettuati nell’ambito dei numerosissimi master promossi ogni anno in Italia non solo dalle Università pubbliche e private, ma da innumerevoli Centri di formazione di varia appartenenza, nella maggior parte privati e diversamente organizzati. Situazione analoga per i dati relativi al numero dei tirocini, sempre più frequenti in questi ultimi anni, anche a causa del blocco dei concorsi, effettuati all’interno della Pubblica Amministrazione.

CHI – Gli stagisti sono per il 69% donne, di età prevalente compresa tra i 25 e i 30 anni (68%) e che per il 45% possiedono una laurea specialistica. A seguire vi è la fascia di età compresa tra i 19 e i 24 anni (16%) e quella di età compresa tra i 31 e i 39 anni (13%). L’area con maggior presenza è il Nord Ovest con il 33%, seguita dal Sud e Isole con il 27% .
A ciò si associano motivazioni differenti in ordine a come viene percepita e vissuta l’esperienza dello stage: dal completamento della propria formazione, all’ orientamento al mondo professionale di sbocco (per gli stagisti del nord-ovest), fino alla volontà di captare comunque qualsiasi occasione di avvicinamento al mondo del lavoro (stagisti meridionali). Il dato secondo cui quasi la metà (45%) degli stagisti è in possesso di una laurea specialistica è sostanzialmente omogeneo per qualunque provenienza e rappresentativo della situazione italiana, mentre il dato relativo al possesso di master si concentra particolarmente per gli stagisti del sud (19%), che dall’indagine risultano essere il doppio degli stagisti del nord (9%) e superiori alla media nazionale (14%).

In tal modo è possibile ipotizzare che si preferisca perseguire un titolo di Alta Formazione post-laurea in conseguenza delle caratteristiche del mercato del lavoro di riferimento, considerando quest’ultimo dal punto vista territoriale e non solo strettamente professionale. A preoccupare chi si iscrive ad un master (si presuppone con più alta probabilità di secondo livello, data la fascia di età e il dato circa il possesso della laurea specialistica) dunque non sarebbe tanto la difficoltà di inserimento propria del settore professionale per cui si è candidati ma le differenti difficoltà di inserimento lavorativo che contraddistinguono, ad esempio, il Sud dal Nord Ovest d’Italia.

Riguardo allo status attuale degli stagisti del campione considerato il 65,8% degli intervistati dichiara di essere occupato o in cerca di lavoro, il 26,9% dichiara di essere studente (nella maggior parte dei casi si tratta di studenti universitari), mentre il restante 7,3% dichiara di non appartenere a nessuna delle categorie citate (e si tratterà probabilmente, ad esempio, di casi di ex-lavoratori in prospettiva di re-inserimento). La composizione degli ‘occupati’ è a maggioranza maschile (34,3% contro 23,2%), mentre la composizione di chi è in cerca di lavoro è prevalentemente femminile (39,8% contro 33,5%), a riflesso di due tendenze generali che sono quella delle aziende di preferire assunzioni maschili e quella della preferenza femminile a proseguire gli studi.

il 37% dei laureati in possesso di una laurea specialistica dicono di essere già occupati, tra quelli con la laurea triennale il 17 % dichiara di lavorare mentre i diplomati che risultano occupati ammontano al 13%. Generalmente le aziende al momento delle assunzioni molto probabilmente sceglieranno giovani in possesso di un titolo di studio più elevato, quindi una laurea del vecchio ordinamento o una laurea specialistica, ancor meglio un dottorato.

Nel caso degli stagisti in possesso di laurea triennale, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di essere ,al momento dell’intervista, studenti universitari (52%), quasi un quarto di essere in cerca di lavoro (24%) e per il 17% di essere occupati. Lo stage, quindi, per i triennalisti e le triennaliste ha perlopiù valenza curricolare e si finalizza all’acquisizione di crediti formativi universitari oltre che al miglioramento dell’appetibilità del proprio curriculum.

PERCHÈ – Le aspettative riposte in uno stage si snodano soprattutto in base al periodo formativo in cui lo si effettui; in senso ascendente, la classifica delle motivazioni indicate riferisce che si intraprende uno stage per mettere a punto il proprio progetto professionale (9%), per ottenere dei crediti formativi (13%), per orientarsi nel mondo delle professioni (19%), per completare la propria formazione (24%) e, in prima posizione, per trovare lavoro (33%).

Tuttavia l’aggiunta di competenze ed esperienza “on the job” nel CV come motivazione posta a base di uno di stage non cede facilmente il passo ad altre motivazioni più inerenti al concreto raggiungimento di una posizione lavorativa in conseguenza delle difficoltà certificate e testimoniate di passare da un contratto di stage ad un contratto di lavoro di qualsiasi tipo. Infatti, se un terzo del campione ha dichiarato di aver intrapreso uno stage per trovare lavoro, a conclusione dei mesi di stage, nel 53% dei casi l’esperienza non ha dato seguito ad un’assunzione contrattualizzata. Nel 17% dei casi è stato proposto dalle aziende una proroga dello stage stesso, nel 13% dei casi allo stage ha fatto seguito un contratto atipico (nel 7% collaborazione occasionale e nel 6% collaborazione a progetto), nel 6% dei casi ha fatto seguito un contratto a tempo determinato e nel 2% un contratto a tempo indeterminato.

DOVE – il 37% degli stage sono stati effettuati all’interno di imprese di piccole dimensioni (con meno di 50 dipendenti). Rilevante è il dato che riguarda le la quota di stagisti inseriti in grandi aziende con oltre 250 dipendenti (22%), ancor più considerando che il 90% delle imprese italiane è di piccole dimensioni, mentre nelle medie imprese (50-249 dipendenti) ha svolto lo stage soltanto il 13% dei tirocinanti. Ammontano invece a un quinto (21%) gli stage effettuati presso un Ente Pubblico.

La pratica di prorogare il periodo di stage oltre il termine previsto si verifica con maggior frequenza nelle grandi aziende, e le stesse, nei casi in cui decidano di stabilire un rapporto di lavoro, preferiscono il tempo determinato. Nelle piccole aziende si registra una preferenza per il contratto atipico di collaborazione occasionale e l’esperienza dello stage sembra alla fine sottoporsi ad un bivio: o da luogo ad un contratto di lavoro o ad un nulla di fatto, senza vie di mezzo quali la proroga.

Tra i diversi settori aziendali il più battuto dai giovani è quello della “Comunicazione, Spettacolo e Pubblicità”, all’interno del quale ha svolto lo stage il 12% dei partecipanti al sondaggio. Una quota leggermente inferiore di stagisti (11%) ha svolto il tirocinio nella “Pubblica Amministrazione”, mentre il 10% ha effettuato lo stage in una società di “Consulenza o Servizi alle imprese”.

La proficuità dello stage in un settore è direttamente collegata a quanta probabilità si attesti affinché da esso scaturisca un contratto di lavoro. E così il settore più virtuoso sembrerebbe essere quello della “Grafica e Editoria”, all’interno del quale è stato offerto un contratto di lavoro al 28% dei tirocinanti. Tuttavia la forma contrattuale più diffusa è risultata essere quella atipica, meno impegnativa per le aziende e meno tutelante per il/la giovane (e quindi: collaborazione occasionale, 14,3%, e contratto a progetto, 10%), mentre i contratti a tempo determinato e indeterminato rappresentano delle vere e proprie eccezioni (rispettivamente 2,5 e 1,3%).

Ma il settore realmente più virtuoso è invece risultato essere quello della “Educazione e Formazione”: anche se la quota di tirocinanti che hanno ricevuto un’offerta di lavoro (26,6%) risulta leggermente inferiore rispetto al settore della “Grafica e Editoria”, risulta infatti decisamente più elevata l’incidenza dei contratti a tempo determinato e indeterminato (rispettivamente 6 e 4%), mentre le collaborazioni occasionali e i contratti a progetto si attestano entrambi intorno all’8%. Interessanti anche le quote di inserimenti post-stage nei settori “Commercio e Distribuzione” e “Telecomunicazioni/ICT”, nei quali uno stagista su quattro ha visto trasformarsi lo stage in un contratto di lavoro. Tali cifre, infatti, sono comunque molto più elevate di quelle raggiunte da settori come quello dei “Servizi finanziari e assicurativi” e quello delle “Attività non profit”, nei quali è stato proposto un contratto di lavoro, di qualsiasi tipo, rispettivamente solo al 15 e al 17% degli stagisti.

Per quanto riguarda la sede geografica dello stage, i ragazzi e le ragazze spesso vanno lontano da casa, ma non troppo. Dal sondaggio è emerso che la stragrande maggioranza (quasi nove su dieci) i neo-stagisti restano in Italia: i casi di stage all’estero sono un’esigua minoranza, e riguardano prevalentemente l’Unione Europea (9,2%). Ad andare molto lontano, al di fuori dei confini dell’UE, solo due ogni cento.
Alla base di un simile dato vi è probabilmente la scarsa propensione alla mobilità caratteristica degli italiani, che privilegiano i legami familiari e stentano ad allontanarsi dalla propria città e da ambienti conosciuti (lingua, cucina…) ma anche e soprattutto la difficoltà a coprire adeguatamente le spese, indubbiamente più elevate per un tirocinio all’estero.

Per chi resta in Italia quindi : meno della metà degli stagisti, per la precisione il 44,3%, fa la sua esperienza di tirocinio nella città dove vive. Per gli altri si profilano spostamenti chilometrici: in un caso su quattro facendo i pendolari (24,7%), in un altro caso su quattro (25,9%) trasferendosi in un’altra città. In oltre la metà delle esperienze raccolte, quindi, lo stage si accompagna a pendolarismo o trasferimento, ovvero a fonti di spesa nuove o ritoccate a cui si dovrà provvedere e che ricadono verosimilmente sullo/a stagista (cioè in molti casi sulla famiglia) almeno che l’azienda o l’ente in cui lo stage verrà espletato non predisponga degli emolumenti, in ogni caso non obbligatori.

COME – L’intermediazione tra potenziale stagista e azienda o ente pubblico si svolge è stata svolta nel 30% dei casi dall’ufficio stage universitario o comunque da associazione appartenente all’università frequentata; rilevante il dato secondo cui quasi un quarto (24%) degli intervistati hanno trovato uno stage di propria iniziativa, perlopiù con Internet, rendendo visibili i propri CV tramite l’iscrizione a portali specializzati e/o candidandosi spontaneamente nell’area recruitment delle aziende. Nel 10% dei casi l’intermediazione è stata svolta dalla scuola superiore di appartenenza o dal centro di formazione a cui si è iscritti, il che testimonia a favore dello sviluppo dello strumento stage anche nel periodo formativo pre-universitario (situazione che sta divenendo tipica soprattutto per gli Istituti Professionali e gli Istituti Tecnici ) mentre nell’8% dei casi lo stage ha costituito l’esperienza finale prevista per il completamento di master.

Altri due dati su cui riflettere: una quota irrisoria, solo il 2%, degli intervistati ha trovato uno stage tramite il Centro per l’impiego (CPI) del territorio di residenza (questo a causa dell’inefficienza propositiva dei centri o a causa della non conoscenza da parte dei giovani delle opportunità di stage erogate?), mentre le “conoscenze” costituiscono il terzo metodo più usato per accaparrarsi uno stage o un tirocinio, dopo l’ufficio stage e il “fai da te” telematico (17%). Si ricerca dunque la strada preferenziale e la meritocrazia dubbia anche per esperienze solo propedeutiche per il lavoro (si tratterà con molta probabilità di stage di inserimento o comunque non dovuti alla maturazione di cfu).

QUANDO – A seconda del momento in cui si fa uno stage, cambiano in maniera significativa gli obiettivi dello stage stesso e le aspettative che la persona ripone in questa esperienza. In generale e intuitivamente, più si è giovani, più si cercherà nello stage un momento di formazione e/o orientamento, mentre, col passare degli anni, l’obiettivo diventerà invece quello di entrare a tutti gli effetti nel mondo del lavoro e quindi di essere assunto dopo lo stage. Il completamento della propria formazione, l’orientamento al mondo delle professioni, l’ottenimento di crediti formativi necessari a sono la ratio tipica degli stage effettuati in corso di conseguimento del titolo di laurea:

uno su quattro tra coloro che fanno stage durante l’università dichiara di farlo per completare la formazione, un altro quinto per orientarsi nel mondo delle professioni, molti per ottenere crediti formativi (soprattutto per i corsi di laurea triennale: qui la percentuale supera il 35%). Infatti, solo uno su cinque (21%) degli studenti specialistici e uno su dieci (10,6%) degli studenti triennali cerca lavoro attraverso lo stage: per loro è chiaro che le finalità sono altre, legate essenzialmente al percorso accademico che stanno compiendo per arrivare alla laurea.
Diversamente, la metà dei laureati specialistici (49,3%) e oltre un terzo dei laureati triennali (39,3%) ammettono esplicitamente, a quel punto, di vedere lo stage essenzialmente come un volano verso l’impiego (38%).

Il discorso è ancora più evidente se si prendono in considerazione i master. Le persone che intraprendono questo tipo di percorsi formativi superiori sono già laureate, hanno quindi un’età mediamente superiore ai 27 anni. Statisticamente, i frequentatori o i possessori di master cercano negli stage essenzialmente un contatto diretto con le aziende per poter poi essere assunti: infatti quasi il 41% di chi fa stage durante un master dichiara esplicitamente che l’obiettivo è quello di trovare lavoro, percentuale che s’innalza al 57,3% (la più alta in assoluto) per chi fa stage dopo il master.

PROBLEMI – Il 48,4% del campione dichiara di aver svolto un solo stage: è possibile perciò ipotizzare sia che la prima esperienza sia sfociata in un rapporto di lavoro oppure che si tratti solo di una prima esperienza di stage, mentre, ovviamente, risulta impossibile ripartire tale dato per ciascuna delle ipotesi appena fatte.

Nel dm 142/1998 non si prevede la cumulabilità dei mesi di stage svolti da una persona in esperienze diverse ma si fissa solo una durata massima per gli stage singoli svolti presso un ente o un’azienda (12 mesi): per cui è possibile ed è noto che un/una giovane debba svolgere più di uno stage prima di sottoscrivere un contratto di lavoro. Il problema dunque è quello dei serial-stagisti, ovvero di ragazzi e ragazze, perlopiù neolaureati e probabilmente specialistici, che passano in rassegna 3 o più esperienze di stage di durata variabile (abbassando notevolmente la proficuità dello strumento stage) e che si approssimano ai trent’anni senza potersi ancora considerare dei lavoratori stipendiati.

Dal campione si evince che i serial-stagisti ammontano al 18,8%: quasi 19 persone su 100 hanno svolto più di tre stage al momento del sondaggio. Anagraficamente I più “tartassati” dagli stage risultano essere gli attuali venticinque-trentenni, che dopo aver fatto uno o più tirocini durante i percorsi formativi, devono farne ancora uno o più
anche dopo, perché non riescono a trovare un’occupazione. La stragrande maggioranza dei serial-stagisti, poi, è di sesso femminile e ciò, forse, può essere una testimonianza ulteriore delle difficoltà maggiori incontrate dalle donne nella ricerca di una occupazione.

La situazione del serial-stagista può complicarsi ancorché gli stage si susseguano dopo la conclusione di un percorso formativo (nel 44,7% dei casi lo stage è distaccato dal conseguimento di un titolo o di una qualifica): considerando che una buona parte degli stage raccontati dura 4/6 mesi (39,6%) e che il numero minimo di stage per i serial è di 3, ci sarebbe il rischio che a venticinque/ventisette anni si passi mediamente 15 mesi non retribuiti, e probabilmente non continuativi, nell’attesa di meritarsi l’ingresso nel proprio settore professionale!

Partendo dal fatto che la percezione degli stage fatti da coloro che oggi sono laureati sia specialistici che triennali (leggermente meno per questi ultimi) è fra buona e ottima in circa il 50% dei casi, la valutazione si attesta fra mediocre e sufficiente con tendenza al pessimo e con valori superiori alla media del campione, complessivamente fra il 52 e il 53%, per coloro che oggi sono sia diplomati che masterizzati. In generale le tre cause principali di insoddisfazione sono lo svolgimento esclusivo di mansioni di basso profilo (26%), l’eccessivo carico di lavoro (23,4%), il mancato o inadeguato supporto da parte del tutor aziendale (17,9%): c’è da interrogarsi, quindi, sul reale valore formativo di stage durante i quali si lavora tanto su incombenze secondarie e per giunta non seguiti.

Fermo restando che ai sensi del suddetto dm 142/1998, “il soggetto ospitante non è tenuto a pagare alcuna retribuzione né contribuzione al tirocinante” e che uno stage deve durare al massimo 12 mesi per gli universitari, nei casi frequenti di stagisti e stagiste, pendolari o fuori sede, la vera agevolazione allo svolgimento del periodo di stage, a lato della gratificazione formativa che resta l’aspetto principale, è costituita dalla presenza o meno dei benefit erogati dall’azienda o ente ospitante. In 56 casi su 100 gli stage erogati non prevedevano alcun benefit; nel caso di stage agevolati (44%), il benefit più accreditato riguarda il vitto (58%), gratuito con la concessione di ticket restaurant o accesso alla mensa aziendale, mentre quasi 1 su 5 (21,1%) degli stage agevolati prevedeva rimborso spese o un contributo alloggi per non residenti ed altrettanti (20,8%) concedevano altri tipi di benefit non chiaramente identificabili ma che possono consistere nella dotazione di cellulare aziendale, portatile, possibilità di frequentare corsi o seminari formativi interni, sconti su servizi (ad esempio, la palestra).

Inoltre, il 54,6% degli stagisti pendolari e il 40,6% di quelli che si sono dovuti trasferire non hanno percepito alcun rimborso spese. Ad un altro terzo di questi ultimi è stato corrisposto un rimborso spese di massimo 500 euro. La maggior parte degli stagisti che non hanno percepito neanche un euro era inserita in una piccola impresa o in un ente pubblico mentre i contributi più generosi (tra i 500 e i 750 euro o oltre) sono erogati generalmente da grandi aziende, spesso multinazionali, oppure per stage UE o extra UE.

Emerge poi dal sondaggio che il rimborso spese è direttamente proporzionale alle prospettive di inserimento. Prova ne sia che la maggioranza assoluta degli stage in cui non era previsto nemmeno un euro di rimborso spese si è conclusa con neanche una proroga.

Il sondaggio Isfol/Repubblica degli Stagisti è consultabile qui, mentre si deve ricordare anche il recente documento ITALIA 2020 (qui in pdf),firmato dai ministri Sacconi e Gelmini, ovvero il piano di azione per l’occupazione giovanile in cui si segnala come fenomeno di preoccupante degenerazione il rischio di uno scadimento dello stage a strumento di reclutamento di manodopera a basso o bassissimo costo per le aziende, con scarse tutele dei ragazzi e delle ragazze, e senza che venga erogata effettivamente una qualche forma di attività di tipo formativo o di orientamento al lavoro.

Raffaele La Gala

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La StoriaControcampus è un periodico d’informazione universitaria, tra i primi per diffusione.Ha la sua sede principale a Salerno e molte altri sedi presso i principali atenei italiani.Una rivista con la denominazione Controcampus, fondata dal ventitreenne Mario Di Stasi nel 2001, fu pubblicata per la prima volta nel Ottobre 2001 con un numero 0. Il giornale nei primi anni di attività non riuscì a mantenere una costanza di pubblicazione. Nel 2002, raggiunta una minima possibilità economica, venne registrato al Tribunale di Salerno. Nel Settembre del 2004 ne seguì la registrazione ed integrazione della testata www.controcampus.it. Dalle origini al 2004Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero.Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore.Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi:Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e FilosofiaIl giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno.Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure.Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10.Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze.Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50.Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta.Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali.Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp.È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia.Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze.La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono:Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitariaCominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo.Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggiNel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale.Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico.Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali.Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università.Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza.Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria.Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto