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27 settembre 2010

Parentopoli

STUDENTE: Scusi, vorrei insegnare..
UNIVERSITÀ’: Favorire libretto e raccomandazione!Roberto Perotti, economista italiano, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi di Milano, nel 2008 pubblica un saggio, “L’università truccata” (Einaudi). Il fulcro della sua indagine sono i legami parentali che, per un caso “tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo”, contraddistinguono in maniera estremamente significativa le Università italiane.
In poche parole: lavori in ateneo solo se sei parente di qualcuno che conta al suo interno. Altrimenti arrivederci e grazie!

Il caso limite è quello dell’Università di Bari. All’interno della facoltà di Economia 42 docenti su 176 hanno legami di parentele (la dinastia più diffusa, in questo caso, è quella dei Massari). La percentuale è del 25%, la più alta d’Italia. Commercialisti con un passato nel PSI (il Partito Socialista di Craxi), sono otto. La democrazia sale in cattedra.

A partire dai tre fratelli più anziani, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che gestiscono il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici fino ad arrivare ai “novizi” Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. Al secondo posto, dopo i Massari, in facoltà, si classifica la famiglia Dell’Atti (6) e quella dell’ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso.

Ma spostiamoci a Roma. Qui i cognomi che compaiono più spesso sono due: Dolci e Frati. La famiglia Dolci vede un padre, Giovanni Dolci, celebre odontoiatra, un figlio ricercatore, Alessandro, ricercatore a Tor Vergata, la moglie, ricercatrice alla Sapienza, il genero Davide Sarzi Amedè odontoiatra al Bambin Gesù, un altro figlio, Federico, lavora invece a Tor Vergata. Marco Dolci, invece, è ordinario a Chieti. Papà Frati, invece, si limita ad avere in campo universitario sua moglie, sua figlia e suo figlio.

A Palermo la situazione non è molto più confortante. La casata dominante è quella dei Gianguzza, ma compaiono anche quella dei Fazio, dei Galasso, dei Carapezza, dei Sorbello, degli Inzerillo e dei Vetro. Le dinastie palermitane, tra tutte le facoltà, sono cento su un totale di 230 professori tra loro imparentati.

La tesi di uno studente, Gianmarco Daniele, presentata a Bari e intitolata a scanso di equivoci “L’università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti” , in quasi tutti gli atenei la percentuale media di omonimia dei docenti è più alta della media nazionale. Sono molto superiori alla media anche Catania, Messina, la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari. Le meno “imparentate”, invece, sono le Università di Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca.

Il dato italiano – spiega Danieleè in controtendenza con il resto d’Europa: quasi ovunque il tasso di omonimia nelle università è minore della media nazionale. Gli atenei tendono ad attrarre docenti da fuori, con cognomi diversi da quelli locali”. Sarà poi un caso ma, dati alla mano, le Università con maggiore tasso di omonimia sono anche quelle meno produttive.

Tommaso Ceruso

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