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30 dicembre 2010

Un fulmine a ciel sereno: le dimissioni di D’Ignazio

Un fulmine a ciel sereno. Questa è stata per me la notizia delle dimissioni di Guerino D’Ignazio, Preside della Facoltà di Scienze Politiche, in segno di protesta contro la Riforma Gelmini. Un azzardo di coerenza in un paese dove essa è solo un optional. Nel Paese dove molti alludono, tanti mentono, qualcuno ammette, nessuno si dimette, uno che trova il coraggio di farlo, schiodandosi dall’ambita sedia rossa è qualcuno con cui vorresti uscire a cena e scambiare quattro chiacchiere. Se non lo puoi fare, devi accontentarti di menzionarlo in un pezzo giornalistico.

Certamente, sarà sostituito da qualcuno più accomodante e pacifico di lui, ciò non cancella però, l’importanza del gesto che resta a mio avviso, memorabile.
Il resto sarà solo routine o per citare una parola che piace alla follia alle aspiranti ministre della pubblica istruzione di nuova generazione: turnover.
E lo squarcio nel cielo che si è appena aperto si chiuderà così come si rimargina una piccola ferita nel cuore di una ragazzina alle prese con le prime delusioni amorose.
E’ così che accade, è accaduto e accadrà sempre.
Del resto, quello che agita l’uomo oggi sono altre cose. Lo testimonia il clima d’incertezza e paura con la quale stiamo andando incontro al nuovo anno, non gli sghiribizzi di una miracolata. Le novità ci fanno paura e non ne capiamo il motivo. La qual cosa, se riflettiamo bene, è abbastanza strana. Un paese essenzialmente agricolo che ha attraversato due guerre mondiali, e una dittatura e in sessantacinque anni è diventato democratico (ebbene sì signori lo siamo ancora), benestante e moderno non dovrebbe aver paura del futuro. Invece accade: siamo una giovane democrazia con evidenti sintomi di vecchiaia.
Quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Ne parlano i giornali, i telegiornali e qualcuno ne ha riferito anche dalle colonne di questo prezioso periodico telematico.

Rapido e utile riepilogo utile prima dei titoli di coda di quest’anno: basso tasso di natalità (uno basta, due sono sufficienti,tre di troppo, quattro si salvi chi può), gli investimenti latitano (i latitanti invece, abbondano), gli edifici cadono a pezzi, la ricerca universitaria stenta, e alcune cattive abitudini sono come certe macchie: restano. Anche per questo molti giovani lasciano il Sud per il Nord e l’Italia per il mondo. I piani di rientro orchestrati dal Governo poi sono ridicoli succedanei che avranno vita breve. Ma questa è un’altra storia.
Ora è tempo di imbandire le tavole e festeggiare l’avvento del nuovo anno ma con cosa? Le dispense di molti italiani son vuote e i frigoriferi pieni d’involucri scaduti da un pezzo. C’era da aspettarselo comunque.

La società oggi tende alla rapida soddisfazione dei bisogni e i gadget abbondano. La pubblicità non propone progresso ma propina consolazioni. La popolazione s’è spaccata in due. Un nuovo partito direte voi? No. Orde di cuochi da una parte. Branchi di enologi dall’altra. In mezzo Antonella Clerici e Benedetta Parodi prossime alla santificazione. Più lontano, in disparte il popolo affamato pronto alla degustazione. La moda non crea più: replica e rassicura. La televisione è un luna park di periferia con gli uomini giusti al posto giusto. Ci son proprio tutti: l’imbonitore, i mascelloni e le ragazze formose che se ti comporti bene e ci sai fare ti aiutano a far centro. Tutto questo è quella società che qualcuno definisce con espressione schifata apparente ed io definisco superficiale. L’Italia è un carnevale a puntate, dove i piaceri compensano l’oppressione e contribuiscono a sopportarla.

L’oggi s’è sostituito al domani è il massimo obbiettivo si riduce al prossimo svago.
Le mode illudono gli sciocchi e li convincono di esser moderni. I piaceri non vengono dopo i doveri. Sono allucinogeni che servono a dimenticare un sacco di cose: classi di governo che mutano, ma non migliorano, che si adeguano ma non reagiscono; un’economia che consuma molto, ma non avanza di un metro una giustizia lumaca che è un vantaggio per i furboni e, un danno per i santerelli. La gente intuisce ma non sa. La classe politica saprebbe ma non comprende e aldilà dei sorrisi di facciata se ne frega.
L’Italia ha bisogno di protezione. Come quei ragazzi che un padre non c’è l’hanno e lo disegnano sui muri.
Disegni che rinviano ad una sola, unica umanissima necessità: quella di un deus ex machina che atterra sul palcoscenico e ci spiega seppur in differita quello che noi non possiamo vedere in diretta. Un superman che vola, arriva, e vince per noi. Ma i deus ex machina sono residuati del teatro classico e Superman non lo fanno più da un pezzo. A noi servirebbe di più un Josè Mourinho. Qualcuno cioè che pulisca l’orizzonte, tracci gli obiettivi, galvanizzi il popolo e dimostri quando serve di saper reggere il timone.

Ma Mourinho se n’è andato in Spagna e noi navighiamo a vista. Infatti, siamo lontanissimi dalla meta. Siamo lontanissimi da una democrazia serena, dove i servizi funzionano e le scuole svettano.
Progettare infrastrutture, e aiutare la ricerca, potenziare l’istruzione, facilitare i commerci, l’approvvigionamento dell’energia e razionalizzare i servizi, incoraggiare la concorrenza e riformare sono cose serie. Obiettivi importanti. Non facili da centrare. Nel dubbio è meglio distrarsi e divertirsi.
Buon anno!

Gaetano Santandrea

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