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24 febbraio 2011

Libertà

Sono appena rientrato dall’isola Mauritius. Posto incantevole per quanto riguarda bellezza del mare, delle spiagge e dei panorami, delle albe e dei tramonti. Io e la mia compagna abbiamo trascorso una vacanza indimenticabile però non solo per questi motivi.

Abbiamo deciso di vivere l’isola in maniera differente dai canoni del turismo di massa. Non siamo stati in uno di quei resort pubblicizzati dalla maggior parte dei depliant turistici, ma abbiamo deciso di girare l’isola in auto. Ben presto ci siamo imbattuti in scenari che non vengono descritti nei cataloghi e nei siti internet. Il comune denominatore di questi scenari è legato alla parola povertà.Man mano che giravamo l’isola, addentrandoci al suo interno, ci siamo trovati di fronte ad una popolazione che possiede forse un decimo di ciò che possiede una persona “povera” europea . Case fatiscenti piene di buchi, assenza di igiene, niente frigo, scarafaggi che gironzolano dappertutto. Il tutto con un clima molto caldo e umido. Interi quartieri dell’isola senza illuminazione, senza negozi, senza edicole.

Molte persone denutrite, scalze, sporche. Tra le tante scene viste mi ha colpito maggiormente quella di una famiglia composta da padre, madre e tre figli che viveva in una baracca di pezzi di latta, a ridosso di una strada, senza bagno, senza luce, senza acqua. Certamente il mondo è pieno di posti poveri, dove le persone stentano a sopravvivere, noi tutti lo sappiamo, lo vediamo in tv, lo leggiamo sui giornali, ma ritrovarmi catapultato in uno di questi posti, dove l’immaginario collettivo vede solo lusso, vacanza, mare e spiagge incontaminate mi ha colpito notevolmente. Mi ha “spiazzato”. Non me l’aspettavo.

E chi non è stato nell’isola Mauritius farà fatica a credere a ciò che sto per dire. Tutti gli abitanti dell’isola, tutti quelli nei quali ci siamo imbattuti, ci hanno sempre accolto con un sorriso, genuino, schietto, vero. Anche quelli che non dovevano venderci nulla. Allora ho riflettuto. Probabilmente queste persone sono felici perché vive. Sono felici perché possono continuare a respirare, pescare per nutrirsi, coltivare a fatica un piccolo pezzo di terra per sfamarsi. Dovremmo prendere queste persone come modello per capire una grande verità che sta dietro la capacità di essere felici: guardare alle cose “belle” che si ha, più che a quelle brutte che non ci piacciono; tenere a mente le cose che abbiamo, più che quelle che non abbiamo.

Quella in cui scrivo è una rubrica dedicata alla crescita e allo sviluppo personale, ed io sono un “coach”, un allenatore mentale che ha l’obiettivo di stimolare le persone affinché trovino dentro loro stesse consapevolezze e spinte motivazionali per fare emergere il loro potenziale. Mi rivolgo a studenti, ricercatori, docenti, personale amministrativo, chiunque graviti in qualche modo intorno al mondo dell’università. Bene, il messaggio principale che vorrei dare a tutti i lettori di questa rubrica è che dovremmo imparare a guardare “in prospettiva” tutte le questioni che fino ad oggi giudichiamo “difficili”, impegnative, scomode.

Dovremmo imparare a modificare atteggiamenti mentali che ci portano a dire “questo esame è difficile”, “studiare è duro”, “vivere da studente dovendo mantenersi è impegnativo”. Forse dovremmo anche imparare a modificare alcuni adagi comuni diffusi quali “nel mio ufficio ho carichi di lavoro esagerati”, “lavorare tot ore al giorno è impossibile”, “relazionarmi con quelle persone è difficile”. Dovremmo invece ricordare costantemente che siamo persone fortunate, che stanno studiando o che stanno svolgendo il lavoro che hanno deciso di svolgere.

Dovremmo ricordare che siamo persone fortunate perché abbiamo libertà di scelta, in un contesto culturale nel quale possiamo fare qualsiasi cosa lecita ci passi per la mente.

Mi tornano a riguardo in mente le parole del mio caro amico Daniele Nardi, scalatore professionista. Daniele è uno che gira il mondo alla ricerca di nuove vette da scalare, e parliamo delle vette più alte del mondo. Ha già scalato l’Everest e il K2 e continua nelle sue imprese che lo portano da una parte all’altra del mondo. Recentemente mi ha scritto una e mail nella quale mi diceva, in buona sostanza, che dovremmo portare soprattutto ai giovani il messaggio che la vita è una cosa meravigliosa e che è importante fare nella vita qualcosa che meriti. La sua riflessione nasce dal fatto che girando in molteplici stati e città, nei tragitti di avvicinamento alle vette da scalare, si imbatte in realtà nelle quali, vuoi per condizioni geografiche, vuoi per condizioni socioeconomiche, vuoi per regimi politici, un giovane (ma anche un adulto) non ha materialmente la possibilità di fare ciò che vorrebbe. Concordo pienamente con Daniele sul fatto che sia davvero un peccato che milioni di giovani vivano una vita “vuota”, senza ideali, senza sfide, senza meta, lamentandosi magari solo del fatto di non avere oggetti e abiti griffati. Siamo fortunati già per il solo fatto di essere nati ad una determinata latitudine e longitudine.

Ogni giorno che ci svegliamo abbiamo la possibilità di costruire il nostro futuro, di creare, scrivere, studiare, esplorare, pensare. Possiamo leggere tutti i libri che vogliamo, possiamo approfondire tutti gli argomenti che ci piacciono, possiamo navigare su internet alla ricerca di qualsiasi informazione. Dunque forse è il caso di smetterla di criticare tutto e tutti.

Forse è il caso di smetterla di puntare il dito verso la società, verso il governo, verso l’università, verso gli altri. Possiamo essere gli artefici del nostro destino. Ricordiamo che non a tutti è data questa possibilità.

Mi auguro che questo articolo stimoli un po’ le coscienze addormentate di alcuni, che credono di portare sulle spalle il peso del mondo perché devono studiare interi tomi (tra l’altro per libera scelta), devono trascorrere ore ad una scrivania con un pc magari un po’ lento (tra l’altro per libera scelta), devono coordinare gruppi di lavoro con risorse limitate(tra l’altro per libera scelta), devono cercarsi un lavoro in occidente (anche questo per libera scelta, dato che di posti dove attendere la morte senza lavorare il mondo è pieno). La crescita personale inizia dalla consapevolezza del proprio potenziale per poterlo utilizzare al meglio. Non essere consapevoli del proprio potenziale e delle possibilità che si hanno (anche ambientali, culturali, socioeconomiche, geografiche) equivale a implodere penosamente dentro sé stessi. E questo è un vero e proprio peccato, oltre che un oltraggio a chi purtroppo subisce condizioni di reale povertà e limitazione.

Concludo queste mie riflessioni con un adagio anonimo che ho letto tempo fa e che consiglio di rileggere più volte, se non di recitare come un mantra ogni sera prima di andare a dormire e ogni mattina appena svegli: “Se questa mattina vi siete svegliati più sani che malati, siete molto più fortunati dei milioni di persone che non arriveranno alla fine di questa settimana. Se avete cibo nel frigorifero, abiti nell’armadio e un tetto sulla testa, siete più ricchi del 75 per cento della popolazione mondiale. Se avete del denaro in banca o nel portafogli, fate parte di quel piccolo 8 per cento che si divide la ricchezza del mondo. Se camminate a testa alta con un sorriso sul volto e siete grati per tutto questo, siete fortunati, perché tanti, anche se dovrebbero essere riconoscenti, non lo sono”.

Stefano Tassone

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