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27 Maggio 2011

L’Università degli imbe(ci)lli

Prendete un libro. Un libro qualsiasi, il primo che trovate. In ogni caso avrete tra le mani una guida alla libertà, un piccolo manuale in cui sono custodite le istruzioni per dare autonomia al vostro pensiero ma, contrariamente a quanto spesso si ritiene, anche alle vostre azioni. Voi credete di tenere sulla mensola o sul comodino nient’altro che un attimo di svago che a poco poco assorbe tanta polvere da fare in modo che il titolo piano piano scompaia, così come le parole al suo interno. Ciò che possedete, invece, è ‘anima di un mondo nuovo, che è vissuto e vive attraverso quelle pagine.

L’università non è un parcheggio. L’Università è un tempio in cui a tutti deve essere data la possibilità di capire quel mondo e di poterlo costruire. Ciò che noi tendiamo a dimenticare riposa sulle nostre labbra. Ogni volta che pronunciamo la parola Università vi è in essa il concetto di un’ ”istituzione” di alta cultura costruita sulla memoria dell’etería di Alceo, che insegnava la libertà e la lotta ai tiranni, e del tíaso di Saffo che istruiva sull’arte e sull’amore. In pratica Giurisprudenza e Scienze Umanistiche… eppure qualcosa non torna.

Lo studente di legge arriva in classe a una lezione di Diritto Cosituzionale e gli dicono: “Impara a memoria l’articolo 1 della Costituzione”che recita:
« L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

Lo studente sentendolo realizza che lui cos’è praticamente una Repubblica non l’ha mai capito, che la democrazia deve averla sentita forse in qualche canzone di Gaber o qualcuno ne chiacchierava ad Annozero, che suo padre ha cinquant’anni e lavora a progetto (se gli va bene), e che la sovranità lui non l’ha mai vista esercitare a nessuno il cui cognome non cominciasse con la B. (per non fare nomi).

Sconsolato il nostro studente se ne torna a casa dopo lezione, accende la televisione e sente che tanto la Costituzione la vogliono cambiare (perché l’ha deciso B.) A questo punto si chiede “ma che beep sto studiando a fare?”. Se è proprio sfortunato gli tornerà alla mente che, per esempio, sul nucleare il popolo sovrano si è già espresso e NON LO VUOLE. Però non si sa, bisogna capire se passa un decreto legge che renda possibile un referendum del tipo: “E’ vero che all’altra votazione avete fatto finta di votare no ma il nucleare è nei vostri sogni un pensiero costante al punto da stare pian piano sostituendo anche Belen (ecco perchè almeno di notte non è in televisione)?”.

Per lo studente di Scienze Umanistiche (o di Lettere o del Dams etc etc) le cose sono ben diverse. Lui, secondo le istituzioni (vedi Ministro Gelmini che afferma che Scienze della comunicazione è “una laurea inutile” l’11/01/2011) studia per hobby. Si, beh, una mattina uscito dal liceo non aveva niente da fare e ha pensato “perché non farmi cinque anni di studi e umiliazioni spendendo migliaia di euro di tasse (di cui una cifra destinata in qualche modo anche alle tasche del ministro di cui sopra) in cambio di un pezzo di carta con cui arredare la parete del bagno?”. Strano, eppure cinema televisione giornali radio siti pubblicità e media in generale non hanno solo il giro economico più importante della storia dell’umanità?

Oltre a ciò, che fine ha fatto l’Arte? Non l’arte intesa come museo (e che pure crea il turismo con cui tanti mangiano) ma intesa come la capacità di creare ed esprimersi. Lo studente il giorno studia Leonardo Da Vinci e la sera sa che vengono tagliati i finanziamenti ai musei, il pomeriggio impara a capire Dario Fo e Tornatore e la sera scopre che per ritrovare il FUS (Fondo Unico Spettacolo) a breve dovranno sguinzagliare “Chi l’ha visto?”.

Il problema, però, alla fine della fiera, non è neanche questo. Il problema è lo studente imbelle, che sceglie e accetta di non combattere, di non lottare, di lasciare che il suo libro venga calpestato dai baroni di turno, dai parlamentari ignoranti e dai ladri di libertà di informazione, lo studente che le notizie non le vuole ascoltare ( perché “che palle”) o che sente alla televisione l’ennesima notizia di scandali sessuali, di tagli, di tasse universitarie che si alzano, di finanziamenti alle private invece che alle pubbliche e cosa fa? China la testa e afferma “questa è l’Italia”. A me verrebbe da rispondere “Noi siamo l’Italia, “questi” siamo noi”.

Fortunatamente non sono tutti così, c’è che chi, “con lo stivale sopra al cuore” non riesce a stare e scrive, dipinge, recita, dirige, compone, scende in piazza e grida perché, anche se non sarà servito a niente almeno ci avrà aiutato a resituirci la dignità del fare, del sapere e dell’imparare. Ciò, a mio parere, deve far parte del dovere di uno studente. Una persona che studia medicina, farmacia o infermieristica deve sapere che curare un paziente non significa solo prescrivere dei farmaci ma dare un motivo per cui guarire, chi studia Ingegneria deve sapere che il suo progetto può contenere un cambiamento non solo di una struttura meccanica o tecnica ma anche di molte vite, chi studia Lettere deve sapere che una cosa è leggere e un’altra è capire e applicare ciò che abbiamo capito e così via.

Per non percepire il valore della cultura, per dare per scontato il valore e il diritto allo studio, per trascurare il potere di cambiamento che si ottiene quando si stringe un libro tra le mani, non si deve essere imbelli ma senza dubbio imbecilli.

Tommaso Ceruso

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