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21 giugno 2011

Il “Punto critico” sull’arte contemporanea

Da una recente serie di commenti agli allestimenti della 54a Biennale di Venezia è emersa una riflessione generale sullo stato dell’arte contemporanea secondo cui quest’ultima oggi sembra poco preoccupata di ricercare un linguaggio espressivo comune. La motivazione principale, stando ai “pareri”, risiederebbe nell’assenza di movimenti culturali rilevanti ai quali gli artisti possano aderire con omogeneità.

La percezione che tutto si riversi in tutto è diffusa tanto nell’opinione pubblica quanto in quella degli specialisti ed è sintomatica di uno stato più ampio della realtà: una realtà in fase di riassestamento, che dopo gli Anni ’60 e in seguito a mutamenti di ordine sociale e culturale non può che essere, essa stessa, rappresentante di sé attraverso le diverse espressioni – quindi parlare un linguaggioche sia, sincronicamente, universale e particolare.

Lo stesso accade in realtà in cui affiorano progetti, più o meno ampi, realizzati con la passione del fare, che si proiettano nei grandi centri e nelle periferie, nelle metropoli e nei piccoli capoluoghi d’Italia, senza che questo implichi una differenza in termini qualitativi.
In questa parabola la figura del curatore, rispetto a quella più classica del critico d’arte, non soltanto si cala nell’aspetto teoretico della produzione artistica, ma anche in quello più pragmatico, relativo alle scelte degli allestimenti e delle sedi che accolgono gli eventi.

Lo scarto tra il curatore e il critico d’arte è molto vasto: la richiesta di una specializzazione, se vogliamo anche accademica, del primo, rispetto alla più letteraria formazione culturale del secondo – il quale di rado si trovava a svolgere unicamente questa professione – ha prodotto un guadagno in termini quantitativi, quindi una più frequente e agevolata realizzazione di eventi artistici e culturali, ma ha perso molta di quella dialettica lirica, filosofica, simbiotica, intimista, che lo legava all’artista e all’opera, soprattutto all’interno di un movimento artistico, letterario.
Una dimostrazione del confronto diretto e manifesto tra artisti e critici è stato dato di recente al Museo del Presente di Rende (CS), in occasione dell’inaugurazione di Punto Critico, un progetto rivolto esclusivamente agli under 35, che perciò ha visto coinvolte cinquantadue giovani personalità, sia operanti che esordienti nell’ambiente artistico del Meridione.

All’origine del programma – concepito dal critico d’arte Tonino Sicoli e realizzato insieme al giovane curatore Roberto Sottile – l’idea di creare una sinergia evidente e vitalistica, tra l’opera d’arte e il pensiero critico soggiacente: un momento due volte aperto al confronto, in quanto ha fatto emergere e visto manifestarsi in primis una dialettica tra l’artista e il critico e successivamente un ulteriore istante dialogico instauratosi tra il segno, la parola e la ricezione del pubblico. Sembra quasi che l’accento sia stato volontariamente posto sull’importanza del ruolo del critico, come a voler sottolineare la necessità della sua presenza nel percorso di decodifica che l’opera stessa compie, da eikon a segno intelligibile – quindi prima di affacciarsi alla percezione del pubblico: una funzione, questa, spesso fraintesa o mal interpretata dai fruitori e, talvolta, dagli stessi artisti.

Al supporto teoretico del critico, e soprattutto del giovane che si approccia a questa professione, è stata perciò riconsegnata l’autenticità e la legittimità della sua sussistenza.
L’esposizione è stata aperta al pubblico il 7 giugno scorso e terminerà il 9 luglio prossimo. Il fronte artistico è piuttosto eterogeneo, dal momento in cui si è voluto affiancare dei giovani esordienti ad altre personalità dal percorso più articolato – legato alla ricerca artistica in sé o passante attraverso le realtà para-artistiche della grafica professionale o dell’illustrazione digitale.
La rassegna descrive senza dubbio una parte importante della realtà culturale della gioventù meridionale che se da un lato conferma con la sua eterogeneità le opinioni che sostengono l’assenza di un movimento, dall’altra esprime, con forza, la volontà dei singoli di ritrovarsi in un contesto aperto al dialogo: una vittoria dell’espressione pura a sfavore della retorica demonizzante o tendente alla penalizzazione della differenza, nell’ansiosa e costante ricerca di un’etichetta culturale da attribuire alle azioni e al pensiero artistici.
L’iperrealismo riesce perciò a colloquiare con le indagini cromatiche e gli eleganti accenni di una pittura più “ermetica” allo stesso modo con cui le ricerche grafiche si trovano a dialogare con le installazioni e i lavori materici.

Le opere esposte verranno stimate da un comitato tecnico, mentre dal web è già possibile valutare “democraticamente” l’opera più interessante: questi criteri d’esame, subordinati solo in parte a un giudizio popolare, rientrano certamente nel modus più contemporaneo di fruire l’arte; l’opinione dello spettatore è sì fondamentale, tuttavia dietro l’apparente semplicità con cui si esprime un consenso, si cela in realtà un meccanismo mediatico e di diffusione dell’immagine molto complesso – sul quale è bene che gli addetti ai lavori riflettano a lungo – che non è detto sia sempre pertinente o comunque conveniente all’esatta valutazione: il passaggio attraverso un giudizio non specialistico, infatti, metterebbe in risalto solo una parte, magari quella più evidente o comunque strettamente formale, dell’opera.
Attendiamo perciò l’imminente uscita di un catalogo multimediale, nel quale ritroveremo il lavoro intellettuale svolto dai giovani critici, la cui analisi restituirà senza dubbio quella completezza di contenuti che spesso risulta ostica alla prima osservazione.
È opportuno ricordare che la rassegna ospita alcuni giovani artisti presenti rispettivamente alla prossima esposizione del Padiglione Italia (Alessandro Fonte) e all’Arsenale della Biennale di Venezia (Milton Blas Verano, Dario Agrimi).

Delia Dattilo

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