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27 giugno 2011

Le Nuvole – la Drammaturgia della vita media

Molte persone, ancora oggi, chiedono, con un tono che sfiora il rimprovero, come mai si scelga di andare a Siracusa per assistere alla rappresentazione della Commedia; esordiscono così: “al Teatro greco si va a vedere le tragedie!”. Sarà, ma se si conoscesse il ruolo che la Commedia che ha ricoperto e continua – o dovrebbe continuare – a occupare nella parabola millenaria del teatro occidentale la scelta non avrebbe bisogno di alcuna giustificazione. Si riserva al lettore l’incombenza di documentarsi sulle origini del teatro greco.

Quale luogo è più conveniente del teatro siracusano per rappresentare una canzonatura della vita, posto com’è accanto l’Ara di Ierone II, costruita a sua volta in seguito all’abbattimento della tirannide di Trasibulo, dopo la quale il popolo di Siracusa, riunito in assemblea, discusse e votò il proprio regime democratico, nel 465 a. C.!

Qualche anno più tardi il mondo greco vide nascere Aristofane, colui che, insieme a Cratino ed Eupoli, diede vita e istituzione alla Commedia antica (archaia), iniziando la civiltà occidentale a una nuova maniera di interpretare e giudicare gli aspetti più pragmatici – e non per questo meno importanti – dell’esistenza: amplificando in un modo sovrumano gli attributi dell’uomo medio, e i rapporti ch’egli instaurava non con la Divinità, non con lo Spirito o l’Ultraterreno, non con gli Dei e l’Eroismo, né con l’Aldilà, ma con i suoi simili, con la loro – spesso dubbia – natura intellettuale e la certa inclinazione all’inganno e alla rozzezza dei costumi.

Le Nuvole venne redatta tra il 421 e il 418 a. C. ca. nella seconda versione che oggi vediamo rappresentata, modificata, perciò, rispetto all’originaria, della quale non rimane alcuna fonte diretta, ma che sappiamo esser stata presentata alle Dionisiache ateniesi del 423 a. C., dalle quali uscì “sconfitta” durante le premiazioni, in cui vennero favoriti Cratino e Amipsia.
Il 24 giugno scorso la commedia è andata in scena al Teatro greco siracusano per il XLVII Ciclo di rappresentazioni Classiche.

Grazie all’efficacissima regia di Alessandro Maggi, le musiche di Antonio Di Pofi, le straordinarie interpretazioni degli interpreti Mariano Rigillo (Strepsiade), Giacinto Palmarini (Fidippide), Antonio Zanoletti (Socrate), Federica Di Martino (Corifea) e la compagnia tutta, si è assistito ad una reinterpretazione della commedia aristofanea perfettamente cosciente del materiale testuale e che senza eccessive presunzioni filologiche ha restituito al pubblico uno spettacolo fedele e insieme assolutamente contemporaneo.

Impeccabile il trattamento coreografico, in particolare quello relativo all’ingresso in scena del Coro delle Nuvole, elaborato, con devozione, in toni sarcastici e solenni e calato in una scenografia minimale che perciò ha lasciato ampio spazio alla suggestione percettiva.

Il tessuto drammatico ruota intorno alla figura antieroica di Strepsiade il quale, in seguito al comportamento vanesio e agli sperperi del figlio Fidippide, si trova attaccato dai creditori e per questo, in extremis, decide di rivolgersi a Socrate, affinché possa insegnare al ragazzo l’arte oratoria essenziale per far apparire forti anche le ragioni più deboli. Il giovane, dalla condotta parassitaria, non si vuol convincere ad aderire alle lezioni del filosofo, costringendo il miserabile padre, lasciato senza altra alternativa, a seguire da solo gli insegnamenti socratici, ai quali non farà seguito alcun giovamento a causa dell’inguaribile stoltezza e incorreggibile opportunismo dello stesso Strepsiade.

Quello che nella commedia si è sempre presentato controverso e dibattuto nei secoli è il trattamento che Aristofane, sbeffeggiatore acutissimo e conservatore per cultura, ha riservato a Socrate, padre del pensiero occidentale, martire, accettato persino dalla Cristianità e qui presentato alla stregua di un cialtrone.

In realtà, oltre che allontanarci da altre riflessioni non meno importanti, ma di tutt’altra natura, è bene accantonare il tema socratico perché troppo esteso e complesso per questa trattazione: ci basti sapere, a riguardo, che le “accuse socratiche”, e ai filosofi più in generale, non erano una prerogativa unicamente aristofanea ed erano perciò molto frequenti in quegli anni.

Il titolo, a parer mio non troppo felice, apparso su un quotidiano siculo, a proposito della rappresentazione del 24 giugno scorso, recita così: «Socrate alle feste con le escort dei suoi tempi»; in realtà Socrate, in sé, c’entra ben poco con il protagonismo attribuitogli troppo spesso in questa commedia. Non è in lui che si deve scorgere la vera critica aristofanea, tanto meno un’analogia con gli odierni costumi: ne Le Nuvole non v’è nulla che possa fornirci un rapporto diretto con altre situazioni politiche, sociali o culturali della contemporaneità, se non nelle relazioni che Stripsiade – personaggio piuttosto grossolano, di origini contadine – istituisce con la moglie, soltanto nominata – di chiara estrazione altolocata: oggi potremmo definirla “borghese” – il figlio e l’ambiente sarcasticamente “illuminato” dei socratici.

Quello che sorprende per l’estrema contemporaneità è la messa a nudo – e quindi in scena – del desiderio frustrato e della lotta per la conquista di un piacere puntualmente negato: la soddisfazione di Strepsiade, di vedere esaudito il desiderio di saldare i propri debiti, corrisponde nei fatti alla frustrazione del figliolo, parassita ed inetto che si vede negata la possibilità di dedicarsi al gioco e alle corse dei cavalli.

Scavando ulteriormente le trame della commedia si svela un topos ricorrente, non solo in Aristofane ma nella Commedia più in generale: l’individuazione della corruzione etica insita nell’eccessiva ricchezza e nella smisurata povertà; in riferimento a quest’ultima è evidenziata, in particolar modo, la disonestà dell’«ozio filosofico» (socratico nella fattispecie) che Aristofane fa emergere come autentico tratto peculiare della disciplina dei sofisti ateniesi.

Lo spettatore del 2011 resta ancora colpito profondamente dal ragionamento espresso nella parabasi dall’allegoria del Discorso peggiore nel suo dialogo col Discorso migliore: «Se fra gli intellettuali mi hanno chiamato Discorso Peggiore, è perché sono stato il primo in assoluto ad avere l’idea di contraddire le leggi e la giustizia»; rincarando la dose di cinismo «se vieni dietro a me, invece, fai come ti senti in corpo, scavezzati, divertiti senza alcun ritegno. Se uno ti becca in flagrante con sua moglie, gli risponderai che non hai fatto niente di male; poi butterai la colpa addosso a Zeus, dicendo che anche lui soccombe all’amore per le donne. E tu, mortale come sei, come potresti avere più forza di un dio?».

Strepsiade è, in sostanza, un uomo fedele agli dei, anche se per inerzia; come tutti i saltimbanchi della vita è convinto di riuscire ad ottenere il massimo dei risultati con il minimo degli sforzi. Nella dialettica con il figlio, che sottolinea incessantemente la loro diversa estrazione socio-culturale, egli ne esce doppiamente perdente: la causa della perdita sta proprio nel suggerimento, dato al figlio, di seguire i ragionamenti di uno strampalato Socrate, il quale, a sua volta, plagia a un punto tale la mente già irrisoluta del giovane da arrivare a convincerlo, in chiusura di commedia, e con la logica delle astruserie – le stesse cialtronerie apprese a stento da Strepsiade – a malmenare il povero genitore.
Duemilacinquecento anni di coazioni a ripetere.

Delia Dattilo

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