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28 luglio 2011

CERVELLI IN FUGA

Secondo il quotidiano inglese The Economist, sono più di 300.000 i laureati italiani che hanno deciso di lasciare il nostro paese.Vanno così a lavorare dove i loro meriti vengono riconosciuti e dove è possibile progettare un futuro a lungo termine, senza vivere in una bolla di eterno precariato e insicurezza.

Questo chiaramente comporta una gravissima perdita sia a livello culturale che economico, che potrebbe condurre nel giro di qualche decennio a una crescita demografica pari a zero, nonché ad una grave carenza di figure con alto grado di professionalità.

Il settore in cui si registra il più alto numero di “fughe” è la ricerca scientifica, a causa dei fondi e finanziamenti scarsi, del precariato, degli stipendi irrisori, e della grave mancanza di meritocrazia.

Spesso accade che ci si rechi all’estero per raggiungere livelli più alti di specializzazione e a questo segue, nella maggior parte dei casi, un’offerta di lavoro nel paese straniero con conseguente abbandono definitivo dell’Italia.

Ma la condizione dell’italiano all’estero e peculiare. In generale, l’espatrio vissuto dai nostri conterranei non è semplice sinonimo di curiosità e voglia di viaggiare, come lo è per la stragrande maggioranza dei giovani che dall’Europa occidentale oggi investono le capitali del Vecchio Continente per studiare e lavorare grazie alle nuove, favorevoli condizioni della mobilità made in EU. Spesso, invece, il giovane italiano che decide di partire, lo fa per necessità, per delusione, per dire – No – a un sistema clientelare e gerontocratico.

Ma l’Italia cosa fa per invogliarci a rimanere nel nostro paese? Il Parlamento, nei giorni tumultuosi della riforma Gelmini, ha cercato di lanciare un segnale ai cervelli in fuga con una legge tutta per loro. Si tratta di incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia.

Tutti gli under 40, cittadini Ue, laureati e con almeno due anni di residenza nel nostro Paese e andati fuori dall’Italia per lavoro o studio avranno uno sconto sulle tasse.

Lo stabilisce un provvedimento bipartisan approvato in via definitiva dal Senato, la condizione per usufruire degli aiuti economici sarà avviare un’attività di impresa o di lavoro autonomo, oppure essere assunti.

I benefici decadranno se il lavoratore non resterà in Italia almeno cinque anni. In questo caso, lo Stato provvederà al recupero dei benefici già fruiti, con applicazione delle relative sanzioni ed interessi.

Ma queste sono cose già sentite.

Guardiamo che succede a chi resta.

Molti dei giovani che in Italia hanno accesso alle professioni, devono dire grazie a qualcuno per tutta la vita, come accadeva nell’antica Roma ai “liberti”, schiavi affrancati ma pur sempre schiavi.

Certo, in Italia c’è chi lavora senza essere parente, amante o “protetto di”, ma questa è un’eccezione, la regola è diventata la raccomandazione.

Non crediamo più in noi, al punto che siamo abituati a pensare sia normale guadagnare stipendi da fame. Poi mettiamo la testa fuori, in Europa, nel mondo, e vediamo che ci sono posti dove non funziona così.

Il sistema di potere che ci sta davanti è strutturato e difficilmente permeabile. Per camminare sulle nostre gambe dobbiamo unire le forze.

I problemi dell’università e della ricerca italiana non sembrano risolvibili esclusivamente con una riforma, sembra piuttosto necessario un mutamento profondo della cultura e della società italiana, che però sembra decisamente di là da venire.

Arrivederci Italia…

Giulia Migliola

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