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4 luglio 2011

Il Teatro del Lemming – Repercussio nel Tempo

Dal 27 al 29 giugno si sono svolti a Cosenza i tanto attesi laboratori del Teatro del Lemming, un’istituzione rodigina il cui incontro con la città è stato fortemente voluto dal fondatore della compagnia, Massimo Munaro.

Il progetto ha trovato compiutezza grazie all’incomparabile lavoro svolto dall’Associazione Culturale Zahir, e dal suo Presidente Giulia Cappelli, che ha posto le premesse per la realizzazione queste tre giornate intensissime.

Zahir ormai da tempo si occupa e preoccupa di creare spazi e tempi dedicati alla ricerca di linguaggi sperimentali legati al teatro: negli ultimi, durissimi anni, nonostante l’ostracismo messo in atto dall’ultimo governo, ha dimostrato la profondità e bellezza soggiacente le scelte che si è trovata a compiere, fin dalla sua fondazione: così, ritrovarsi con il Teatro del Lemming e con la persona di Massimo Munaro, acquista una valenza ancora più entusiasmante.

«E’ proprio quando una crisi si manifesta che il teatro deve rivelarsi nella sua natura destabilizzante di specchio critico del mondo», scrive Munaro, in un’epistole stesa anche per conto della sua compagnia, nell’ottobre 2009, intitolata Noia di Stato/Stato d’assedio, e rivolta «ai teatri italiani».

In quest’ottica, anche nell’oramai sterile idea di stato civile e democratico, nella quale siamo immersi nostro malgrado, la scaturigine della forza critica, che dovrebbe emergere dal singolo in reciprocità con i gruppi sociali deputati al suo concepimento, allo sviluppo ed alla destinazione finale delle sue valutazioni, occuperebbe un posto speciale nei luoghi di massima interazione tra i membri della società stessa, e al cui interno si muovono, dal particolare all’universale, le energie fondanti il pensiero. Il Teatro ha sempre costituito questo spazio, sin dalle sue origini.

Il Teatro del Lemming si colloca, perciò, in questa prospettiva scevra da inclinazioni lusingatrici e, attraverso la rivalutazione della pregnanza primigenia del teatro classico, animato nel suo colloquio con la cittadinanza, tende ad escludere la diastasi del dramma dal suo uditorio, appoggiando un recupero, ricostituitosi in chiave contemporanea, della sua funzione esperienziale e, perché no, pedagogica.

Il giornalista Gianbattista Marchetto in uno scritto del 31 maggio 2011 parla appunto di una ricerca dello smarrimento, adottata come cifra stilistica dell’ampio progetto dedicato al mito di Edipo, nel quale la compagnia propone una fruizione del tutto nuova: lo spettatore viene sottoposto a una ricezione spogliata della facoltà della vista, in cui può sprofondare nell’abbandono della cecità, che acuisce il senso del processo d’interrogazione di se stesso, della propria identità, al fine di tentare un riconoscimento.

Da un mio colloquio con Carlo Serra, docente di estetica, sono emerse alcune riflessioni in merito al lavoro svolto dalla compagnia, che insistono sulla concreta presenza di un livello di interazione tra diversi strati del fare espressivo: Serra specifica come nel processo di recupero del mito sia presente l’idea della perdita definitiva del valore di un contenuto del pensiero, che differenzia l’oggetto contemporaneo o storico dalla rovina; aggiunge però che in essa resta comunque un principio di fecondità; citando Aristotele mi spiega come la privazione della vista non costituisca una mancanza ma che al contrario questa dia la possibilità di acquisire altre coordinate di ricezione che pongono l’ignoranza – determinata dalla privazione del senso – come mediazione fondatrice del varco cognitivo: esattamente come accade nell’Edipo.

In tutti i casi – continua Serra – è la seduzione operata dall’attore sullo spettatore ad attivare una vera e propria sollecitazione, necessaria alla sussistenza di entrambi.

È vero che la forma e il contenuto della vita sono feriti nelle profondità delle sue strutture archetipiche, violentate dalle metamorfosi di cui sono succubi nel tempo, quindi l’operazione del Lemming chiede di trapiantare le proprie radici in una realtà molto lontana da quella aristotelica, proiettandosi invece verso gli orizzonti della percezione, e di far crescere rami e foglie nella contemporaneità.

Nell’idea aristotelica vi è però una naturale tendenza a privilegiare l’Etica che a partire dal testo scritto, nei progetti del filosofo, vorrebbe riversarsi ed effondersi nel lettore, che sembrerebbe aver traversato la linearità storica temporale, per raggiungere questo teatro contemporaneo.

Se l’eventualità sonora diventa un fatto esperienziale che collega l’unità percettiva sensoriale direttamente alla conoscenza, nel Teatro del Lemming, e in particolar modo nel progetto Edipo. Tragedia dei sensi per uno spettatore questa occasione diventa un modo per l’attore di costituirsi come guida e per lo spettatore di rifondare la propria materia psico-fisica affinché possa essere plasmata fino a diventare dramma.

Delia Dattilo

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